Ritratto di "Mr. L", l'anti-Obama che piace ai conservatori

L'anchorman Rush Limbaugh (Credits: Getty Images)
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Tutti i giorni tiene una trasmissione di tre ore su ABC radio ed è ascoltato da un terzo dei cittadini americani. Cesare De Carlo ne traccia il profilo in “Un tè freddo per Obama”, un saggio Egea sull’America che non ama Obama. Leggine un estratto

di Cesare De Carlo

A due anni dalla sua elezione gli europei non riescono a capacitarsi come Obama sia potuto precipitare tanto nel gradimento degli americani.  Gli ultimi sondaggi lo danno attorno al 40 per cento. Sei americani su dieci (ABCWashington Post) ritengono che non sia up to the job, non sia all’altezza della carica, e che dunque non si possa fare affidamento sulle sue capacità.
In Europa, invece, il primo presidente afro-americano gode tuttora di una vastissima popolarità e di grande prestigio. Si dà il caso però che sia presidente al di là e non al di qua dell’Atlantico. E poi – si sa – quel che piace all’Europa, spesso non piace all’America. Di qui le previsioni disastrose per le elezioni di medio termine, il 2 novembre. Il partito democratico, che nel novembre 2008 conquistò una massiccia maggioranza sia alla Camera (78 seggi più dei repubblicani) che al Senato (venti seggi più dei repubblicani), potrebbe perdere uno o entrambi i rami del Congresso.
In attesa di conferme, chiediamoci piuttosto come spiegare l’imponente riflusso conservatore. Con la povera performance governativa? Non solo. Con la carica ideologica? Non solo. Con la riforma sanitaria? Non solo. Con la montagna di debiti e il rischio, anzi la certezza, di altre tasse? Non solo. Con l’alta disoccupazione? Non solo. Con l’ingenuità della sua politica estera? Non solo. Con il disastro ecologico nel Golfo del Messico? Non solo. Con l’impetuosa opposizione del Tea Party? Non solo.
C’è un altro fattore da tener presente, il fattore L. È un fattore mediatico e non politico ed è quello che lo ha fatto scendere dal piedistallo sul quale lo avevano elevato le attese messianiche della sinistra americana e la ffiducia dell’elettorato moderato.

L sta per Limbaugh. Rush Limbaugh è il nome intero. In Italia nessuno sa chi sia. Negli States lo conoscono tutti. E lo conoscono non dagli schermi televisivi, ma dalla radio. Limbaugh, 59 anni, è un talk show man. Tutti i giorni, week end escluso, tiene una trasmissione di tre ore su ABC radio e su altre centinaia di stazioni locali. La sua audience si misura nell’ordine di un centinaio di milioni di persone, un terzo dei cittadini americani.
I suoi commenti sono grazanti, sarcastici, impietosi nei confronti di tutto quanto – a suo giudizio – non va nell’amministrazione Obama. La sua aggressività ha ridato anima, coraggio, iniziativa al partito repubblicano, uscito demoralizzato nello spirito e strutturalmente a pezzi dalle elezioni del 2008. Limbaugh è stato il primo a comprendere la portata rivoluzionaria dei Tea Party, quando ancora appariva come la disperata protesta di sparuti gruppi di irrinunciabili conservatori. Mancavano due settimane all’Inauguration.
Il nuovo presidente non era ancora entrato alla Casa Bianca e già Rush Limbaugh proclamava alla radio: spero che (Obama) fallisca. E continuava: questo presidente ci toglierà le nostre libertà fondamentali nella vita quotidiana, nelle banche, sul lavoro, nella sanità. «Sarà il governo e non più noi a decidere cosa fare, come comportarci, cosa scegliere. Io non voglio che ciò accada. Ecco perché spero che il suo (di Obama) socialismo fallisca. Il socialismo è un problema e non la soluzione dei nostri guai. Il socialismo è ciò che ci ha spinto sull’orlo del precipizio».

Scandalo fra i media liberal che avevano appoggiato la lunga marcia di Obama verso la presidenza e che anche negli States, come in Italia e come in molti altri paesi europei, fanno opinione: dal New York Times al Washington Post, al Los Angeles Times, alle nightly news dei grandi network televisivi. Com’era concepibile augurarsi che fallisse una presidenza, prima ancora di averla vista al lavoro? Non era mancanza di patriottismo? Rahm Emanuel, il primo ministro virtuale della Casa Bianca, cercò di sfruttare l’indignazione generale per sostenere che ormai il partito repubblicano era cotto, disorientato, privo di guida.
Era finito nelle mani degli estremisti, lontano dalla moderazione centrista e dunque non eleggibile. «Non esiste più un credibile avversario politico, i repubblicani si sono messi al servizio di Limbaugh che di fatto è diventato il loro leader politico». Persino il presidente del partito repubblicano, Michael Steel, un afro-americano, definiva odioso il commento, non immaginando che di lì a qualche mese gli eventi gli avrebbero dato torto. E, una volta superato dagli sviluppi, si allineò con l’aggressivo talk show man.
Come sempre, Limbaugh giocava d’anticipo. Intuiva che il fenomeno Barack avrebbe presto perso lo smalto della campagna elettorale. Che i moderati, gli indipendenti, i transfughi dal partito repubblicano che, ansiosi di voltare pagina dopo gli otto infelici anni di Bush, lo avevano votato, lo avrebbero abbandonato. Che bisognava ridare fiducia al partito repubblicano, richiamarlo ai suoi valori, ricordare che l’elettorato americano è per sua natura conservatore e, dunque, recuperabile solo che i suoi capi storici non si lasciassero spingere sul sentiero sbagliato della bipartisanship. Nessuna bipartisanhip, tuonava. Nessuna collaborazione con il governo in carica. Contrapposizione totale. Bisognava marcare le differenze e non inseguire un terreno comune. Nel vuoto e nel disorientamento della sconfitta la sua fu la sola voce che predicava la resistenza: trincerarsi dietro i principi di Ronald Reagan e preparare la riscossa. Guai a farsi tentare dalla nozione secondo la quale scendere a compromessi con i democratici, la cui maggioranza in Congresso era al di là di ogni sfida, avrebbe consentito di ricatturare i voti dei moderati!
Il partito repubblicano – sosteneva il robusto oppositore – avrebbe dovuto scegliere la linea del no. No a tutto quello che proveniva o era proposto dalla Casa Bianca o dai leader democratici. Solo così a novembre i repubblicani avrebbero potuto imputare ai democratici, e solo a loro, i «fallimenti a catena che ne sarebbero venuti».

In un articolo scritto per il Wall Street Journal riassumeva come segue il suo credo politico:
• mi vanto di essere un conservatore. Noi conservatori siamo ffieri della nostra ffilosoffia. Siamo ben diversi dai nostri amici liberal (di sinistra), che sono sempre alla ricerca di nuove parole per nascondere i loro veri propositi e sono in uno stato perpetuo di riformulazioni. Noi conservatori non ci scusiamo per i nostri ideali;
• crediamo fermamente nei nostri principi e cerchiamo di applicarli apertamente e senza infingimenti. Crediamo nella libertà individuale, in un governo limitato, nel capitalismo, nel primato della legge, nella fede religiosa, in una società indimerente ai colori, nella sicurezza nazionale;
• siamo a favore della scelta della scuola, dell’imprenditoria privata, delle riduzioni bscali, della riforma del welfare, del culto religioso, della libertà di espressione politica, del diritto di avere una casa, della guerra al terrorismo islamico;
• celebriamo il documento più magnifico mai ratificato da alcuna altra nazione: la Costituzione americana. Insieme con la Dichiarazione di Indipendenza, che riconosce il diritto naturale concessoci da Dio di essere liberi, essa è il fondamento sul quale si basa il nostro governo e lo strumento per progredire nella società;
• noi conservatori non siamo mai tanto forti come quando cerchiamo di realizzare i nostri principi.

In un’intervista al New York Times, ritenuto la Bibbia del liberalismo, Rush Limbaugh se la prendeva con i centristi, gli indipendenti, i conservatori moderati che nel 2008 si erano fatti incantare dalla retorica del «change» obamiano.
Li invitava a lasciare il partito. Un invito che non riscuoteva affatto il consenso del presidente Steel timoroso di una linea troppo conservatrice.
Le elezioni – obiettava non senza ragione – si vincono solo se il grande centro ti vota. Un anno e mezzo fa Steel non poteva immaginare che proprio la radicale chiamata alle armi di Limbaugh, unita all’attivismo altrettanto radicale dei Tea Party, avrebbe rovesciato gli umori dell’opinione pubblica. Gli assalti radiofonici quotidiani grondavano di accuse al limite dell’insulto. Dai e dai – argomentavano le voci più prudenti – non si sarebbero ritorte contro l’appassionato commentatore e più in generale contro il partito? Tanto più che lo stesso predicatore, e non solo la sua predicazione, era oggetto di controversie. L’indulgenza alle droghe leggere per lenire – diceva – certi mal di schiena. La sua movimentata vita matrimoniale (quattro divorzi, numerosi affaire).

La sua ancor più disinvolta vita sessuale. Debolezze. Peccati veniali e comunque di natura personale, che l’interessato non negava affiatto. Una volta che, al ritorno da Santo Domingo, la dogana americana gli trovò dosi abbondanti di Viagra acquistati con ricette non a suo nome, rispose: sì, il Viagra era per me, e allora? Me la sono goduta.
Difficile mettere in difficoltà un personaggio così estroverso. Ogni attacco democratico ne accresceva popolarità e audience. Ogni tentativo dell’establishment repubblicano di riportarlo sotto controllo si concludeva immancabilmente con altrettante sue vittorie. Le disgrazie elettorali del senatore Arlen Specter, repubblicano passato fra le file dei democratici, partirono dal suo talk show, quando lo bollò di opportunismo e tradimento. E quando il deputato Phil Gingrey, repubblicano della Georgia, osò criticarlo per il suo atteggiamento «troppo poco propenso al compromesso politico», la base, cioè il suo elettorato, gli si rivoltò contro e gli impose di chiedere scusa a Limbaugh.
Limbaugh fu il primo – come detto – a dare sostegno e pubblicità al fenomeno dei Tea Party. Ne abbracciò subito l’agenda, la lotta contro la riforma sanitaria, la riduzione delle dimensioni e dei costi dell’apparato governativo, il no alla presunzione obamiana di «rifare l’America» sul modello delle socialdemocrazie europee. La sua filosofia combaciava al cento per cento con la politica della rabbia.
La sua eroina divenne Sarah Palin, ex candidata repubblicana alla vicepresidenza nel 2008, ex governatore dell’Alaska. Se Limbaugh affiermava che per scalzare Obama il partito repubblicano sarebbe dovuto diventare il partito del no, la Palin specificava: il partito del no infernale. Fu lei ad accendere la platea della prima convention dei Tea Party svoltasi a Nashville (Tennessee). Ma fu Limbaugh dai microfoni della radio a martellare i delegati: attenti, il vostro movimento non deve diventare un terzo partito, il partito deve rimanere unito per non fare il gioco dei democratici, dovete solo puntare a rafforzare l’ala destra. I repubblicani erano invitati a guardarsi indietro, a resuscitare lo spirito del grande campione degli anni Ottanta, di quel Ronald Reagan che lanciò la sua rivoluzione restauratrice dei valori e dell’orgoglio nazionali dopo l’infelice presidenza del democratico Carter.
l talk show man ripeteva ai suoi ascoltatori una battuta famosa di Reagan: il problema dei nostri amici liberal non è l’ignoranza, ma la loro ostinazione per le ricette sbagliate.
Copyright © 2010 EGEA Università Bocconi Editore

Tratto da Cesare De Carlo, Un tè freddo per Obama, Egea, pp.228, euro 16

Cesare De Carlo è editorialista de Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Vive a Washington dal 1986 e ha la doppia cittadinanza, italiana e statunitense.

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