Usa, bocciata la legge sul riconoscimento dei soldati gay

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Non passa al Senato l'abrogazione della "don't ask don't tell", la norma secondo cui una persona omosessuale può prestare servizio nelle Forze Armate a patto che non riveli di esserlo. Decisivo, il voto contrario dei repubblicani

Essere soldati gay per l'America resta un tabù. Non è passato al Senato americano un voto cruciale che avrebbe consentito l'abrogazione della "don't ask don't tell", la legge in base alla quale una persona omosessuale può prestare servizio nelle Forze Armate a patto che non riveli di essere gay.
Nel voto sul Defense Authorization Act (un provvedimento già passato dalla Camera), non è stato approvato l'emendamento che prevedeva l'apertura di un dibattito in aula sulla legge.
Erano necessari 60 voti, e l'ostruzionismo compatto dei repubblicani e di due senatori indipendenti ha imposto il rinvio del dibattito a data da destinarsi.
La Casa Bianca conta comunque su un'abrogazione della legge già entro l'anno: "siamo delusi di non poter far avanzare questo testo - ha commentato il portavoce Robert Gibbs - ma continueremo a provarci".

Una legge di 13 anni fa - La "don't ask don't tell" ("non chiedere, non dire") è una legge vecchia di 17 anni. La introdusse nel 1993 Bill Clinton, nel tentativo di raggiungere un compromesso con l'allora esplicito divieto nei confronti dei gay ad entrare nelle forze armate.
Testualmente, la legge americana proibisce a chiunque "metta in mostra la propensione o l'intenzione di manifestare atti omosessuali" di prestare servizio nelle forze armate Usa, perché "la circostanza creerebbe un rischio inaccettabile per gli alti standard di moralità, ordine e disciplina, e coesione che sono l'essenza dalla capacità militare".
Ma - sulla base appunto della legge - è stato possibile negli ultimi 17 anni seguire questa prassi: l'esercito non chiede alla recluta il suo orientamento sessuale, la recluta non lo esplicita. Un atteggiamento ritenuto non solo ipocrita, ma incostituzionale: il 9 settembre scorso, infatti, la giudice della California Virginia Phillips ha stabilito che la Dadt "viola manifestamente i diritti costituzionali".
Ma all'interno dell'esercito permangono forti resistenze. Il 24 agosto scorso il generale dei Marines James Conway era uscito allo scoperto dicendosi "assolutamente contrario" ad una revisione della Dadt: "Vi posso garantire che la stragrande maggioranza dei marines preferisce non condividere la stessa camerata con una persona apertamente omosessuale", aveva detto. Oggi anche il generale James Amos, futuro comandante dei marines, a poche ore dal voto aveva ribadito analoga contrarietà, sottolineando che l'eventuale abrogazione della legge costituirebbe in questo momento una "distrazione" per i soldati impegnati in Afghanistan.

Democratici favorevoli, repubblicani contrari - Con il suo voto, il Senato nei fatti gli ha dato ragione, anche se i democratici contano di tornare al voto entro la fine dell'anno. Restano così delusi non solo i gruppi per i diritti civili, secondo i quali sono oltre 14 mila i militari gay espulsi dalla forze armate, ma anche Lady Gaga. L'eccentrica cantante di origine italiana (si chiama Stefani Joanne Angelina Germanotta), famosa per i suoi costumi, alla vigilia del voto aveva indossato quelli di un politico, era andata a Portland, in Maine, e davanti a 5.000 persone aveva tenuto anziché un concerto un comizio.
"E' gioco uno dei valori fondanti dell'America, quello in cui tutti noi crediamo: la libertà" aveva detto. Il messaggio era stato ripreso da tutte le tv nazionali ed era arrivato anche alle due senatrici repubblicane del Maine, Susan Collins e Olympia Snowe, che alla vigilia del voto avevano rotto il fronte repubblicano del 'no' dicendosi "indecise".
Martedì anche loro hanno votato contro, come John McCain e tutti i senatori repubblicani e indipendenti. Si è trattato di un voto che per la destra americana assume un duplice significato: da un lato rilancia la sua capacità di alzare la voce al Congresso, umiliando la Casa Bianca; dall'altro però dimostra ancora una volta come il partito dell'elefantino sia ormai appiattito su posizioni estremiste e sia ostaggio dei temutissimi "Tea Party". A Washington non si esclude che questa posizione contraria all'allargamento di un diritto civile possa irritare la potentissima lobby gay e provocare un moto di protesta contro i repubblicani in vista delle elezioni di novembre.

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