P2p libero in salsa carioca

Una schermata con, Napster il primo programma di file sharing - Foto Getty
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Sarà il Brasile il primo paese al mondo ad introdurre il peer-to-peer di stato? Lo dice una proposta di legge in discussione. Soluzioni analoghe sono in via di sperimentazione Canada e Gran Bretagna. Mentre la Svezia dei Pirati resta a guardare

di Eva Perasso

Il Brasile si candida ad essere il primo paese al mondo a legalizzare la libera circolazione della musica. Non solo la bossanova o la samba, ma anche la diffusa e scambiata technobrega, quel mix in portoghese tra dance e pop, ballato da Belém do Parà in giù e osannato su YouTube.

I generi più calienti della cultura moderna carioca presto potranno essere gli oggetti del libero e legittimo file sharing. Sì, proprio in Brasile, lontano dai freddi nordici della Svezia, dove sembrava già da anni che sarebbe partita la rivoluzione del “legalize it!”, “legalizzatelo”, il peer-to-peer naturalmente. Ma a Stoccolma le acque sembrano ferme, complice anche la causa che ha portato in tribunale (tra pochi giorni inizierà l’appello) i fondatori di Pirate Bay.

È in Sudamerica, invece, che parte la proposta deil file sharing di stato alla brasiliana. Ovvero l’idea che per una volta mette d’accordo tutti, di promuovere il versamento di una tariffa flat mensile (irrisoria oltretutto, si parla di 1,5 euro al mese) da aggiungere al canone pagato al proprio fornitore di banda. Con questa piccola cifra si potrà scaricare liberamente dai siti di file sharing musica, cinema, file multimediali, protetti o meno dal diritto d’autore. La proposta sembra la più accreditata tra le oltre 8mila giunte nelle consultazioni pubbliche per riscrivere e modernizzare le leggi sul copyright del Paese. Ora il governo dovrà discuterle e decidere quale linea adottare.

Qualcosa di simile è allo studio anche in altri Paesi: in Gran Bretagna per esempio, dopo le regole restrittive del Digital Economy Act, il dibattito pubblico inizia a mettere in agenda la possibilità di tariffe flat per scaricare legalmente. Oltretutto, dicono le ricerche, più della metà di chi fa abitualmente download dalla rete è pronta a spendere 3 sterline al mese – il prezzo di una pinta di birra al pub – per “mettersi in regola” col p2p. Poco più vicino a noi, in Spagna, anche se non esiste una legge che legalizzi il p2p, c’è stata una sentenza storica questa primavera, che ha assolto un sito di scambio di file sentenziando che il p2p a cui questo collegava non è illegale. In Canada invece, già da molti anni gli artisti si battono per una legge a favore del file sharing. Qui l’associazione degli autori ha lanciato la proposta di libero scambio di musica protetta in cambio di una tassa mensile, che ancora non è diventata realtà.

Difficile la situazione in Italia, dove da più parti è stata lanciata la proposta di una tariffa flat pro-p2p che non ha avuto riscontri, e dove è partita anche una petizione ( “Condividere non è rubare, legalize p2p”) che si può firmare online.

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