Frattini: "Da Teheran ancora nessuna decisione su Sakineh"

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Il ministro degli Esteri: "Il nostro ambasciatore ha incontrato l'altro ieri le autorità iraniane, che ci hanno riferito che nessuna disposizione è stata ancora presa". Intanto il figlio ringrazia l'Italia per la mobilitazione

Non ci sarà, almeno per il momento, la temuta lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata in Iran per adulterio e concorso in omicidio del marito.
E' stato il ministro degli Esteri Franco Frattini a frenare sull'ipotesi di una pericolosissima accelerazione sulla sorte di Sakineh, circolata dopo l'allarme lanciato a Parigi dal filosofo Bernard-Henri Levy in vista, venerdì prossimo, della fine del Ramadan.
"Il nostro ambasciatore ha incontrato l'altro ieri le autorità iraniane, che ci hanno riferito che nessuna decisione è stata ancora presa", ha assicurato il titolare della Farnesina.
A Teheran c'è "una riflessione in corso", e "noi continueremo a tenere duro con forza", ha spiegato Frattini, ribadendo la disponibilità ad incontrare il collega iraniano Mottaki, magari anche a Roma.
Supportati dall'imponente mobilitazione internazionale, i fili sottili della diplomazia sembrano quindi ottenere i primi risultati. Ma la 'schiarita' è arrivata dopo una giornata vissuta nel segno della paura, con le parole di Levy che denunciavano un macabro conto alla rovescia per Sakineh.
Durante la lunga conferenza stampa che si è tenuta oggi nella sede della stampa estera, a Parigi, è intervenuto al telefono anche il figlio di Sakineh, Sajjad, che ha ringraziato "il mondo per il suo sostegno. Se non ci fosse questa pressione mediatica internazionale - ha detto - mia madre potrebbe essere già morta".

In precedenza, Sajjad  aveva ringraziato in particolare l'Italia e il ministro Franco Frattini per le pressioni, chiedendo al tempo stesso a Roma e ai governi occidentali in genere di "fare di più".
A suscitare i timori intorno alla data del 10 settembre è la legge islamica, che vieta di eseguire le sentenze durante il digiuno. Le prossime ore, i prossimi giorni sarebbero stati dunque a rischio per la donna di 43 anni, che da tre settimane circa, da quando cioè le è stata estorta una confessione alla televisione iraniana, non ha più diritto ad alcun contatto con la sua famiglia e con il suo avvocato.
Sakineh si trova attualmente in un "braccio speciale" della prigione di Tabriz. Dove, secondo quanto raccontato dalla giornalista Shahnaz Gholami, che ha condiviso la stessa cella con Sakineh ed altre 35 donne, "la tortura e gli stupri sono all'ordine del giorno" e dove "non esistono condizioni igieniche e sanitarie".
"Sakineh non ha commesso alcun crimine - ha continuato la Gholami - ha firmato la sentenza senza capire che si trattasse di lapidazione". Sakineh appartiene infatti alla minoranza azera e non capisce il farsi, la lingua ufficiale dell'Iran. "Agli occhi del mondo intero, Sakineh è un simbolo femminile delle ingiustizie subite dagli innocenti", ha detto di lei l'ex avvocato Mohammad Mostafaei, che è dovuto fuggire dal suo paese perché si è fatto portavoce della difesa dei diritti dell'uomo in Iran e che oggi ha accusato il governo di Ahmadinejad "di aver creato un tale clima di pressioni da costringere me e molti altri attivisti a fuggire".
Per una donna in Iran "è sufficiente avere del carattere per ritrovarsi nella situazione di Carla Bruni", ha detto a sua volta Mina Ahadi, presidente dell'Associazione internazionale contro la lapidazione, dando il suo sostegno alla premiere dame di Francia, che nei giorni scorsi era stata trattata da "prostituta italiana" da un giornale ultraconservatore iraniano per aver preso le difese di Sakineh. Allo stesso genere di attacchi avanzati dalla stampa di regime contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, Levy ha replicato: "I media iraniani non hanno lezioni di morale da dare a nessuno".

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