Alluvione in Pakistan, evacuate altre due città

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"Una distesa di fango spessa almeno venti centimetri. Dove prima c'erano i campi, sembra ora di stare sul letto di un fiume": così i siti delle ong italiane raccontano il dramma del paese. Colpiti 17,6 milioni di persone, molti hanno perso tutto

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Distese di fango, macerie, famiglie che bivaccano in autostrada. I siti delle ong italiane raccontano il dramma del Pakistan flagellato dalle alluvioni. Ma la situazione continua a peggiorare: il 1 settembre sono state evacuate altre due città, nella provincia meridionale del Sindh, Jati e Shan Bundar, dove vivono circa 275.000 persone.
Secondo i dati ufficiali, oltre 17,6 milioni di persone sono stati colpiti dall’alluvione. Tra questi ci sono 8,6 milioni di bambini e 500mila donne incinte che rischiano di contrarre malattie causate dall’acqua contaminata. Gli aiuti arrivano anche dalla rete: dopo gli appelli di star internazionali come Tom Cruise, Alicia Keys, Kaka e Rania di Giordania su Twitter, ora anche Angelina Jolie è sbarcata sul web con un video per Unhcr.

Aquiloni colorati sparsi nel fango, muri crollati dentro distese d'acqua, qualche tenda e mucchi di materiale edile che la gente sta cercando di recuperare.
Giacomo Agosti, volontario, scrive sul sito  della ong Cesvi. Impegnato nella distribuzione di kit igienico-sanitari nel distretto di Nowshera, incontra "gente estenuata, troppe le necessità basiche ancora insoddisfatte". Nell'aria "un intenso odore di carne animale in putrefazione", davanti ai suoi occhi "una distesa di fango spessa almeno venti centimetri. Dove prima c'erano i campi, sembra ora di stare sul letto di un fiume che si è parzialmente ritirato".

Come lui, anche altri colleghi delle ong tengono i loro diari di bordo sul web.
Alda Cappelletti, di Intersos, descrive l'autostrada Islamabad - Peshawar: "Per settimane, famiglie e bestiame hanno vissuto qui. Le famiglie si sono accampate sullo spartitraffico, le bestie le hanno legate al guardrail ai lati delle carreggiate". Tanti gli incidenti, "a causa del continuo attraversamento a cui sono obbligati, soprattutto i ragazzini, per andare a cercare cibo, assistenza e acqua".
Actionaid, invece, pubblica la storia di Rahima: 45 anni, quattro figli, è riuscita a scappare insieme a loro prima che l’inondazione raggiungesse la sua casa. Che ora non esiste più: solo rovine. “Quando ho visto la mia casa distrutta, ho cominciato a urlare e piangere. Ho dovuto vendere le mie capre per poter comprare qualcosa da mangiare. L’acqua ha portato via tutto quello che avevo”, sospira Rahima.
Dal sito di Vis parla don Pietro Zago, missionario salesiano e direttore del Centro Don Bosco di Quetta. “Grazie a Dio la nostra città è stata risparmiata, ma al nord è un disastro e un caos assoluto. Mi ha impressionato il numero delle famiglie scampate all’alluvione a Sibi, che il governo ha ora trasportato nei dintorni di Quetta. C’è tanta sofferenza intorno a noi”.

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