Google e Cina: una relazione sempre più complicata

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Una diatriba che ha preso connotati politici internazionali e sulla quale vige ancora il misterioso silenzio di Pechino. Anche se i “rumors” fanno intendere che per Google è finito il proprio tempo nel Regno di Mezzo, a meno di nuove e clamorose sorprese

di Simone Pieranni

Sarà un caso: il primo luglio sulla home page di google.com compariva un riferimento alla libertà di espressione, collegata alla campagna 1forall.us. Una coincidenza che questa segnalazione arrivasse proprio nel giorno in cui i destini di Google dovevano essere decisi in Cina? Si può sicuramente rispondere di no: tra Google e la Cina, ormai, si è ingaggiata una lotta che ricorda più le frenetiche attività diplomatiche tra potenze mondiali, che un semplice problema di rinnovo della licenza tra un'azienda ed uno stato.

A pochi giorni dalla scadenza del permesso ad operare in Cina (30 giugno), Google è tornato a fare parlare di sé in relazione al Celeste Impero: la soluzione attuata nel marzo scorso, ovvero dirigere il proprio google.cn su Hong Kong (google.com.hk), per avere così ricerche libere dalla censura cinese, non è risultata più gradita a Pechino. Un cambiamento di approccio che indica un irrigidimento della sponda cinese, visto che la soluzione ponte su Hong Kong era stata caldeggiata proprio dalla leadership del Regno di Mezzo.

Google, a quel punto, per non perdere terreno nel mercato internet più vasto del mondo, ha provato a trovare una soluzione che fosse in linea con il proprio modus operandi: ha creato una landing page in grado di permettere l'utilizzo di alcuni servizi sul dominio cinese, girando su Hong Kong solo le ricerche del proprio motore. Un compromesso con il quale Google prova a rimanere in Cina, senza rispettarne formalmente le regole. Un passo indietro che secondo Mountain View dovrebbe garantire la possibilità di operare in Cina, pur non auto censurando le proprie ricerche, ma che al tempo stesso potrebbe deludere gli attivisti cinesi che avevano scommesso su Google.

I bene informati ritengono che a Pechino questa soluzione non basterà, propendendo così verso un finale che dovrebbe portare all'oscuramento totale del dominio google.cn. In questo caso si dovrà capire quale mole di traffico sarà persa da Mountain View.

Da Pechino, intanto, non ci sono novità: qualche portavoce governativo ha fatto sapere che la pratica Google è in fase di studio, causa alcuni ritardi nella consegna del materiale informativo. Di sicuro Google non compie i percorsi cui abitualmente sono soggette le aziende straniere: per il colosso Usa si scomodano canali politici più alti, perché sulla querelle era intervenuta in modo deciso anche l'amministrazione Usa e i cinesi – da sempre - vogliono evitare clamore internazionale su fatti che considerano di casa propria.

Oggi, 3 luglio, google.cn funziona ancora, re-indirizzando il traffico sul dominio ospitato ad Hong Kong, attraverso un link: provando a ricercare “Tiananmen”, il sistema salta, non offrendo alcuna pagina. Impossibile dire se sia in atto qualcosa, fino a qualche giorno fa la ricerca funzionava senza filtri, ma a quanto si mormora negli ambienti tecnologici cinesi, il destino di Google sembra segnato. Anzi secondo molti, l'alert lanciato dal blog di Mountain View non sarebbe altro che un ultimo tentativo mediatico di scatenare attenzione sul caso, ben sapendo il destino cui si andrà incontro.

Resta da capire cosa succederà quando il dominio google.cn si spegnerà: non dovrebbero esserci problemi con le funzioni internazionali, mail, documenti e mappe. Anche se in quel caso a lavorare duro sarà il Great Firewall cinese, il sistema cinese che blocca di default gli ip indesiderati dal governo.

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