Crocifisso, per l’Italia e 10 Paesi: “Simbolo nazionale”

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Si è svolta di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo l’udienza sul caso dei crocifissi nelle aule. Le parti in causa hanno esposto ai giudici le loro motivazioni. La sentenza dovrebbe arrivare tra qualche mese. Frattini: “Siamo ottimisti"

Si è conclusa dopo quasi tre ore l'udienza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo sul caso del crocifisso. Davanti ai venti giudici che compongono la Grande Camera le parti. il governo italiano rappresentato dal giudice Nicola Lettieri e l'avvocato di stato Giuseppe Albenzio, il rappresentante legale di Soile Lautsi, l'avvocato Nicolò Paoletti e i paesi che hanno deciso di intervenire a favore dello Stato italiano: Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Russia e San Marino.
    
Nel corso dell'udienza l'esponente che è intervenuto a nome degli Stati, Joseph Weiler, ha detto che il crocifisso "fa parte dell'identità nazionale" ed è "rispettato anche dalla popolazione laica". "L'Italia senza crocifissi -ha aggiunto- non è l'Italia". Weiler, con indosso la kippah ebraica, si è domandato se sia possibile ritirare un'immagine della regina d'Inghilterra dalle aule britanniche, perché è il capo della Chiesa anglicana. E la sua risposta è stata “no”; e ha aggiunto che il tribunale di Strasburgo non potrà dire un giorno se rimuovere il termine "Dio" dall'inno inglese, perché sarà "il popolo a deciderlo".

Poi ha fatto notare che Soile Lautsi "vuole imporre all'Italia di essere uno Stato laico". In questo senso, i due rappresentanti del governo italiano, hanno affermato che Lautsi è "una militante atea" che "cerca di imporre nella scuola il suo concetto personale di laicismo". Nicola Lettieri e Giuseppe Albenzio si sono detti contrari alla soppressione dei simboli religiosi, perché questo gioverebbe "a favore degli atei e degli agnostici razionalisti".

Ma la religione, hanno aggiunto i due avvocati dello Stato, ha "una dimensione sociale, pubblica e collettiva". Dopo aver ricordato che in Italia si può andare a scuola anche con il velo islamico e che il piano di studi è "pluralista e alieno dal proselitismo e dall'indottrinamento", Lettieri ha concordato con Weiler nel ricordare che il crocifisso rappresenta "un sentimento popolare italiano"; e ha aggiunto che il caso Lautsi "non è giuridico, ma politico e ideologico".

La difesa dei Lautsi era affidata a Nicolo e Natalia Paoletti. Il primo ha affermato che la presenza dei crocifissi nelle aule di una scuola pubblica presuppone "la tirannia della maggioranza, che non protegge la minoranza".

Dopo aver osservato che alcuni Stati confondono laicismo con ateismo, hanno assicurato che la presenza dei crocifissi presuppone "un'ingerenza dello Stato nella libertà di pensiero". I due legali hanno ricordato che la richiesta si riferisce solo alle scuole pubbliche e non agli istituti provati o alle scuole; e aggiunto che la ricorrente, "vuole educare i suoi figli al rispetto del principio del laicismo", espresso nella tolleranza e nel diritto all'uguaglianza.

La sentenza emanata dalla Chambre nel novembre 2009 stabiliva che l'esibizione obbligatoria dei crocifissi nelle aule è contraria al diritto dei padri di educare i figli in maniera conforme alle proprie credenze e alla libertà di religione degli alunni. Per questo, la sentenza aveva condannato l'Italia per una violazione dell'articolo 2 del Protocollo n.1 (Diritto all'istruzione), esaminato insieme all'articolo 9 (Libertà di pensiero, coscienza e religione) della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo. Un gruppo di 33 deputati europei (in riferimento all'età che aveva Gesù Cristo quando fu crocifisso) ha appoggiato il governo italiano.

Inoltre, nel procedimento sono intervenuti associazioni e ONG come Human Right Watch, Eurojuris, lo European Centre for Law e Justice o il Comitato centrale dei cattolici tedeschi.
    
Ma per la sentenza della Grande Chambre, presieduta dal giudice francese Jean-Paul Costa, bisognerà attendere i prossimi mesi.

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