Pena di morte: giustiziato in Texas "detenuto modello"

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Si chiamava David Powell, era nel braccio della morte da 32 anni. Nel 1978, sotto l'effetto della droga, aveva ucciso un poliziotto. Per lui si era mobilitata anche Amnesty: "La gente cambia, Powell era diventato un pilastro morale per gli altri reclusi"

Ha passato gli ultimi trentadue anni nel braccio della morte. In isolamento, in una stanza 9 metri per 2, con la restrizione delle visite. In attesa della fine. David Powell, 59 anni, è stato giustiziato in Texas. Nel 1978, a 27 anni, aveva ucciso un poliziotto con un fucile semi-automatico. Ralph Ablanedo, la vittima, lo aveva fermato per un’infrazione di traffico in una strada di Austin. Powell era sotto l’effetto della droga. Per quel crimine aveva espresso grande rimorso. La sua condanna era stata annullata per due volte in appello e ogni volta ripristinata nei processi successivi.

“La gente cambia”, aveva detto Amnesty International chiedendo la commutazione della pena in ergastolo. Secondo l’organizzazione per la difesa dei diritti umani, Powell si era trasformato in un “prigioniero modello”. La sezione americana aveva raccolto e diffuso testimonianze di altri detenuti, guardie carcerarie e uno psicoterapeuta. Tutti d’accordo: Powell era diventato un pilastro morale per gli altri reclusi, un “essere umano eccezionale”. Prima dell’iniezione letale non ha detto nulla. Le sue ultime parole pubbliche risalgono ad una settimana fa. In un video, girato dal quotidiano American Statesman, aveva dichiarato: “Non so quanta sofferenza sia sufficiente per arrivare alla salvezza dopo aver commesso un danno irreparabile. Di solito si giustifica la pena di morte con la punizione e la dissuasione. Mi pare difficile che il principio della deterrenza possa servire dopo 32 anni”.

Il periodo trascorso da Powell nel braccio della morte è un record per il Texas. È raro che i detenuti vengano giustiziati dopo così tanto tempo. Due anni fa, in Georgia, un uomo fu ucciso 33 anni dopo la condanna. Anche i giudici della Corte Suprema hanno sottolineato la crudeltà di un’attesa così lunga. In totale, dal 1976 ad oggi, negli Usa sono state eseguite 1.216 condanne capitali. Sul podio degli Stati più intransigenti ci sono il Texas (459 uccisioni), la Virginia (107) e l’Oklahoma (92). David Powell è il ventottesimo prigioniero messo a morte nel 2010 negli States. Nel mondo, nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 714. Senza contare le migliaia di persone uccise in quei Paesi in cui le informazioni sulla pena capitale sono segreti di Stato. La Cina, ad esempio. Dove, secondo l’associazione Nessuno tocchi Caino, nel 2008 ci sono state almeno 5.000 condanne eseguite.

Amnesty Italia, “per sensibilizzare e tenere alta l’attenzione sulla brutalità della pena capitale anche nel nostro Paese”, ha organizzato una mostra fotografica a Roma. S’intitola “La camera scura” e sarà al Palazzo delle Esposizioni, a ingresso libero, fino al 20 giugno. Tredici attrici e attori italiani, tra cui Luca Argentero, Gian Marco Tognazzi e Sabrina Impacciatore, interpretano un condannato a morte, raccontano una storia o affrontano un aspetto legato alla pena capitale. I dodici scatti sono di Angelo Di Pietro. La mostra è anche l’occasione per Amnesty di lanciare in Italia la mobilitazione per salvare la vita a Troy Davis. Ha 42 anni e dal 1991 è nel braccio della morte della Georgia. È accusato dell’omicidio di un agente di polizia avvenuto nel 1989. “Non c’è un corpo del reato che lo colleghi al crimine – spiega Amnesty – e su nove testimoni oculari, sette hanno ritrattato le loro dichiarazioni o si sono contraddetti, uno è l’altro sospettato, l’ultimo è sicuro solo del colore della maglietta”. Il 23 giugno ci sarà un’udienza per ascoltare ulteriori testimonianze e valutare nuove prove. Il 22, invece, sarà il giorno della mobilitazione mondiale. Per chiedere che Troy Davis, dopo quasi vent’anni di attesa, non faccia la fine del “detenuto modello” David Powell.

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