BP prova a ripulirsi l'immagine su Google e Yahoo

Protesta degli ambientalisti contro la BP (foto Ap)
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La compagnia petrolifera, oltre al disastro della marea nera in Louisiana, sta affrontando anche una crisi nelle sue pubbliche relazioni. Soprattutto in Rete. E' per questo che ha deciso di comprare parole chiave sui principali motori di ricerca. Basterà?

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di Nicola Bruno

Un incubo nella storia delle pubbliche relazioni. Una Waterloo per una multinazionale che investe milioni di dollari in marketing. Nelle ultime settimane il colosso energetico British Petroleum (BP) ha dovuto affrontare anche un'emergenza secondaria rispetto al disastro ecologico al largo della Lousiana: come difendere la propria immagine ed evitare di far affondare definitivamente la propria reputazione?

Le strategie messe in campo sono state diverse, a cominciare dalle paginate di inserzioni acquistate sul New York Times con il messaggio: "We will get it done. We will make it right" ("Ce la faremo. Lo faremo bene"). Ma se per i media tradizionali bastano le classiche pubblicità, come comportarsi in rete? Da Twitter a Facebook, passando per i blog più influenti e le pagine di Wikipedia, non si sprecano di certo buone parole per la multinazionale. Anzi, in molti invitano al boicottaggio dei servizi offerti dalla compagnia inglese. Ancora più impietosi i motori di ricerca: tra i primi risultati delle ricerche effettuate con "oil spill" compaiono soprattutto link polemici, come ad esempio questa petizione di un gruppo ambientalista che chiede ad Obama di vietare il trivellamento offshore.

Di fronte a questo crollo della reputazione online (che sul lungo termine sta comportando anche importanti perdite finanziarie), la compagnia inglese ha però pensato di reagire subito, mostrando i propri muscoli. E così da qualche giorno, se si effettua una ricerca su Google e Yahoo con i termini "oil spill" o "Gulf oil spill", tra i primi risultati compare un messaggio di BP dal titolo: "Gulf of Mexico response". Il link rimanda ad una pagina ufficiale della compagnia petrolifera in cui si cerca di rassicurare i lettori sulla bontà delle operazioni messe in campo. Ovviamente si tratta di link a pagamento (per ora disponibili solo sulle versioni inglesi di Google e Yahoo!), che, come ha confermato un portavoce di BP all'agenzia AFP, sono stati predisposti "per fare in modo che gli utenti trovino più facilmente informazioni sui nostri sforzi nel Golfo".

Dopo la scoperta, la campagna pubblicitaria online di BP è stata subito presa di mira dagli utenti online. Blog e testate online ne contestano l'efficacia: "Non proprio un punto di vista obiettivo", "Perché tentare di distorcere la realtà dei fatti?". E anche BpGlobalPR (l'account Twitter che nei giorni scorsi aveva finto di essere la voce ufficiale della compagnia), non ha perso l'occasione per schernire BP: "Stiamo spendendo un sacco di soldi su Google per essere sicuri che abbiate accesso alle migliori informazioni sulla marea nera: le nostre".
La mossa di BP desta ancora più perplessità in una situazione in cui, come ha rivelato ieri il New York Times, la compagnia petrolifera e ufficiali del governo stanno vietando a giornalisti e fotografi di accedere alle zone della marea nera, impedendo così di informare meglio i cittadini sulla reale portata del disastro ecologico.

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