I Pirati di Sua Maestà all'arrembaggio della politica

Un manifesto del Partito dei Pirati britannici
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Alle elezioni inglesi del 6 maggio prossimo si presenta anche il Partito Pirata britannico. Riforma del copyright, no alle disconnessioni forzate e rispetto della privacy. Così il movimento spera di emulare il successo dei cugini svedesi

di Raffaele Mastrolonardo

Non solo Nick Clegg. Le elezioni inglesi del 6 maggio prossimo si annunciano particolarmente interessanti per l'improvvisa ascesa del leader dei liberal-democratici, ormai ago della bilancia nella conquista della poltrona di primo ministro. Ma il 43enne Clegg non è l'unica novità di questa tornata elettorale. Tra le curiosità della competizione 2010 si conta infatti anche la presenza del Partito Pirata britannico che si offre per la prima volta al giudizio dei cittadini inglesi.

Riforma del copyright, no alle disconnessioni forzate dalla rete e rispetto della privacy costituiscono gli ingredienti principali della piattaforma del movimento che ha come modello l'analoga organizzazione svedese, capace di raccogliere in patria il 7,13 % dei voti nelle ultime elezioni europee. Anche grazie alla militanza di oltre 50 mila membri, il Piratpartiet occupa oggi 2 seggi a Strasburgo.

Un risultato del genere resta comunque improponibile per il partito inglese, che conta solo 900 iscritti (ma più di 3 mila fan su Facebook) e guarda al voto del 6 maggio piuttosto come ad un'occasione per farsi conoscere e costruire un seguito importante in vista del prossimo voto continentale (probabilmente nel 2014). I temi elencati nel manifesto dei pirati di Sua Maestà ricalcano dunque quelli che hanno contribuito al successo dei “cugini” scandinavi e alla popolarità di analoghi movimenti nati in giro per il mondo.

In testa, una riforma che riporti il copyright ai suoi obiettivi originari (lo stimolo all'innovazione e alla creatività) adattandolo alle dinamiche dell'era digitale. Tra le proposte, la legalizzazione di ogni scambio e riproduzione di opere digitali compiuti senza fini di lucro e, dunque, il diritto di condividere file o di copiare un Cd sul proprio iPod (operazione attualmente illegale in Gran Bretagna).

“Scambiarsi musica in rete non dovrebbe essere considerato un reato, dal momento che in realtà è pubblicità gratuita per i musicisti in questione”, ha dichiarato Andrew Robinson, leader del partito che dall'alto dei suoi 41 anni fa da chioccia ad un manipolo di candidati la cui età media non raggiunge i 25 anni.

Per il resto, la piattaforma dei bucanieri della Regina prevede maggiore tutela della privacy e  restrizioni alle autorità per quanto riguarda la creazione di database del Dna e possibilità da parte degli elettori di una circoscrizione di revocare il mandato del proprio rappresentante se venga meno la fiducia di chi lo ha votato. Sul fronte Internet, poi, il Pirate Party spinge perché gli utenti abbiano la possibilità di pagare solo per la velocità di connessione di cui effettivamente fruiscono e non, come avviene di solito, per quella nominale pubblicizzata dal fornitore di connettività. Avversione totale, infine, per il Digital Economy Bill, la legge approvata poche settimane fa che, prevede, tra le altre cose, la disconnessione forzata dell'utente come misura per contrastare lo scaricamento e la condivisione di file illegali.

Proprio su questo tema si registra la convergenza con il protagonista della campagna elettorale inglese. Anche Nick Clegg, infatti, si è dichiarato contrario agli aspetti più controversi di una legge giudicata nel complesso “troppo sbilanciata in favore delle grandi aziende” e dunque meritevole di essere “abolita”. Sulla pagina Facebook del partito si possono così leggere gli inviti a votare i liberal-democratici laddove non fossero presenti candidati pirata.

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