Iphone, Apple fa marcia indietro sulle vignette del Pulitzer

iPad, il nuovo tablet della Apple, è integrato con l'AppStore, per scaricare oltre 140mila applicazioni sviluppate per l'iPhone
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L'azienda di Steve Jobs accetterà l'applicazione, prima rifiutata, di Mark Fiore, vignettista online appena insignito del premio. E' polemica sull'eccessivo potere della Mela e sulla sua scarsa trasparenza: c'è chi teme per la libertà di espressione

di Raffaele Mastrolonardo

Vincere un premio Pulitzer può aprire molte porte. Persino quelle di Apple, i cui guardiani sono talvolta molto diffidenti. Lo dimostra il caso di Mark Fiore, primo vignettista online a ricevere l'ambito riconoscimento giornalistico.

Nei giorni scorsi il disegnatore, premiato per le sue opere pubblicate sul sito del San Francisco Chronicle, è stato infatti contattato dall'azienda di Steve Jobs e invitato a sottoporre una seconda volta la sua applicazione per l'iPhone. Il primo tentativo, effettuato nel dicembre scorso, quando non aveva ancora ricevuto gli allori del Pulitzer, era infatti andato a vuoto. Come ha raccontato lo stesso Fiore, Apple aveva rigettato l'applicazione con le sue video-vignette (eccone un esempio su Youtube) perché presentava “contenuti che ridicolizzano personaggi pubblici” e violava dunque “la sezione 3.3.14 dell'iPhone Developer Program License Agreement”, l'accordo che regola i rapporti tra l'azienda e gli sviluppatori.
Sulla base dell'intesa Apple può rifiutare applicazioni che a suo “ragionevole giudizio possono essere ritenute contestabili” come, per esempio,  “materiale considerato osceno, pornografico e diffamatorio”. Una rivista come Playboy, ad esempio, ha dovuto eliminare tutte le immagini più spinte prima di vedere accettata la propria app.
L'improvvisa notorietà derivata dal Pulitzer è valsa al disegnatore l'onore di una telefonata della società della mela morsicata che gli suggeriva di ripresentare il suo programmino per una, a questo punto, molto probabile accettazione. Lo stesso Steve Jobs, secondo quanto riporta il New York Times, avrebbe parlato di “un errore da correggere”.

Tutto bene quel che finisce bene, allora? Non del tutto. L'eclatante episodio ha dato nuova linfa a coloro che criticano l'atteggiamento di chiusura e di controllo di Apple temendo conseguenze per la libertà di espressione. Ryan Chittum, dal sito della Columbia Journalism Review , ha addirittura lanciato una sorta di chiamata alle armi domandando alle testate giornalistiche di “rimuovere in segno di protesta le proprie applicazioni” se Apple “esplicitamente non darà alla stampa completo controllo sulla pubblicazione di ciò che ritengono opportuno”.

Come ha recentemente rivelato la Electronic Frontieer foundation, associazione che si batte per i diritti digitali, i termini del contratto proposto dalla Apple ai programmatori attribuiscono all'azienda il potere di “revocare il certificato digitale della tua applicazione in ogni momento”. Il che vuole dire che una app può essere eliminata dallo store digitale (e, secondo la Eff, anche dal singolo telefonino) per insindacabile decisione della multinazionale. Apple sembra quindi calcare le orme poco trasparenti di un altro contestato gigante hitech: Google, che per il suo servizio di News tiene ben segreto l’algoritmo che determina quale fonte compare per prima nell’home-page.
Il problema, secondo osservatori dei nuovi media come Dan Gillmor, è che l'assenza di concorrenti credibili alla piattaforma di distribuzione e ai dispositivi Apple regala alla società di Cupertino una forza contrattuale eccessiva nei confronti dei media. Da tempo, Gillmor chiede ai maggiori quotidiani americani se è vero che Steve Jobs mantiene “il diritto unilaterale di rimuovere le applicazioni di queste testate quando presentino informazioni che Apple considera per qualche ragione inaccettabili”.
Finora, dice, non ha ricevuto risposta.

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