"Il mio nome è Victoria",vita di una figlia di desaparecidos

Le foto di alcuni desaparecidos, gli oppositori al regime militare argentino degi anni '70
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I genitori di Victoria Donda erano due oppositori del regime argentino degli anni '70. Prima di essere giustiziata, alla madre, incinta, fu concesso di partorire. Ora, in un saggio Corbaccio, la Donda racconta la sua storia. LEGGINE UNO STRALCIO

di Victoria Donda

La esma era uno dei centri clandestini di detenzione più importanti della dittatura e si calcola che per quelle celle siano transitate circa cinquemila persone, di cui poche sono sopravvissute.
Perfettamente organizzata, come del resto tutto il sistema repressivo architettato dai militari, era suddivisa in diverse aree dedicate nello specifico al sequestro e alla tortura, al furto dei beni e delle proprietà dei sequestrati e al controspionaggio, che utilizzavano come manodopera non retribuita gli stessi prigionieri, in base alle necessità. Dalle stanze della tortura passarono figure del calibro di Norma Arrostito, una delle prime donne a capo dei Montoneros, le suore francesi Alice Domon e Léonie Duquet, la Madre di Plaza de Mayo Azucena Villaflor, e il giornalista e dirigente dei Montoneros Rodolfo Walsh, quest’ultimo già morto nel momento in cui varcò la soglia della esma.

Lì funzionava anche la struttura che era il fiore all’occhiello di Rubén Chamorro, ovvero il suo maggiore orgoglio: la Sardá. Così chiamata in onore della clinica di ostetricia più importante di Buenos Aires, la «Sardá della esma» era una stanzuccia di non più di due metri per uno in cui arrivavano le sequestrate incinte dai diversi campi di concentramento per far nascere i loro figli e non vederli mai più.
Negli stessi spazi altri sequestrati vivevano, venivano torturati e lavoravano: era l’ultimo piano del Circolo ufficiali, un grande appartamento a forma di ferro di cavallo con i lucernari sul tetto e senza finestre, e dal cui soffitto pendevano ogni pochi metri lampadine nude e fioche che illuminavano di una luce lugubre e giallastra i corpi ammassati dei prigionieri. Era diviso in due parti uguali: in una delle «elle » del ferro di cavallo dormivano i sequestrati buttati uno sull’altro, senza mai potersi togliere (talvolta per anni) il sacco nero dalla testa.

A riprova dell’umorismo e dell’immaginazione dei militari, questa zona dell’edificio veniva chiamata «Cappuccio». Dall’altro lato trovavano posto la «Cambusa», dove si custodiva il bottino di guerra recuperato nelle case dei prigionieri, e un improvvisato centro di lavoro, dove alcuni sequestrati passavano le giornate traducendo notizie, falsificando documenti o sbrigando pratiche amministrative, separati gli uni dagli altri e costantemente visibili all’interno di gabbiotti in metacrilato che definivano gli spazi e ne giustificavano il nome: l’« Acquario». Al di sopra di questo piano, in uno spazio che era la riproduzione in scala ridotta del piano sottostante e in cui si trovavano i due depositi d’acqua che rifornivano l’edificio, funzionava il «Secondo cappuccio». Lì vivevano ed erano torturati i prigionieri catturati da altri gruppi che – per una ragione o per l’altra – erano stati consegnati alla esma. Gli ultimi arrivati avevano diritto a una prima sosta nei seminterrati, dove si effettuavano le torture preliminari, si stabiliva se era utile o meno mantenere il sequestrato in vita, le occupazioni a cui sarebbe stato assegnato e se era necessario continuare a torturarlo, oppure se per il momento poteva bastare.

A quanto pare, il giorno in cui Cori arrivò alla esma ebbe fortuna, perché era di turno la guardia che i prigionieri chiamavano Alfa, la meno violenta delle tre. In ordine di brutalità crescente, seguivano Beta e Charlie. Dal momento che era in stata avanzato di gravidanza non venne portata al «Secondo cappuccio» ma subito al terzo piano, insieme al resto dei prigionieri. Lì le venne servito il suo primo pasto: la «bistecca di mare», altro eufemismo con cui questa volta si indicava un mandarino. Nonostante le torture, nonostante i mesi di prigionia e di umiliazione, nonostante la gravidanza e il fatto di non aver potuto neppure abbracciare il marito quando se lo vide davanti, mia madre non aveva perso neppure una briciola del proprio carattere né della sua forza di volontà: non volle mangiare e regalò il suo mandarino alla ragazza sdraiata accanto a lei con cui scambiò le prime parole.

Non esisteva ancora quella che in seguito sarebbe stata la « tanza delle gravide», perciò mia madre divise lo spazio con oltre duecento persone che non poteva neppure guardare in faccia. Al pari di tutto ciò che riguarda i centri di detenzione, come visse mia madre i suoi ultimi giorni là dentro rimane un mistero. L’unica cosa che mi resta sono frammenti di storie, di aneddoti, sempre appannati dall’incapacità degli stessi sopravvissuti di esprimere totalmente ciò che vissero e subirono, e anche dalla discrezione che si impone nel raccontare l’indicibile a chi non sia preparato ad ascoltarlo. Forse per il fatto che era incinta, o forse per una perversa concezione del trattamento di favore che le spettava essendo la cognata di « Palito» o «Geronimo», come era soprannominato Adolfo Donda, mia madre aveva diritto a due mandarini anziché uno e, di tanto in tanto, le permettevano di mangiare due volte al giorno.

Un giorno di luglio o di agosto del 1977, nella minuscola stanzina della Sardá, mia madre finalmente partorì. Il parto fu supervisionato da Jorge Luis Magnacco, il ginecologo dell’ospedale della marina; mia madre venne aiutata da Lidia, un’adolescente di diciannove anni che assisteva alla nascita di un bambino per la prima volta. Tutte le madri sequestrate che partorivano alla esma erano obbligate a scrivere una lettera alla famiglia per informare della nascita e chiedere ai propri parenti che si prendessero cura del neonato. Va detto che le lettere non arrivavano mai a destinazione e le famiglie non sapevano mai se il piccolo era nato, se era vivo o dove fosse. Il cinismo dei militari era ben noto alle vittime, che ormai avevano imparato che «trasferito» significava assassinato, la «bistecca» era il mandarino e la «macchina» era la picana elettrica, ovvero lo strumento dotato di due elettrodi per dare la scossa, perciò Cori sapeva che sua madre Leontina – che in quel periodo si batteva senza sosta per chiedere un giusto processo e per parlare al telefono con il fratello di suo genero – non avrebbe mai ricevuto la lettera.

Le madri sapevano che i neonati non venivano mai consegnati ai loro parenti, ma in quel momento non erano ancora in grado di intuire quale sistema perfettamente oliato era stato architettato dall’esercito, che offriva i piccoli appena nati alle famiglie di militari o di simpatizzanti del regime, che potevano perfino prenotarsi in una lista d’attesa all’ospedale della marina. In quegli istanti, ancora ingenue o semplicemente inconsapevoli della reale portata di ciò che stavano vivendo, Lidia e Cori improvvisarono un piano: utilizzando l’ago e il filo blu da sutura che era stato portato per eventuali emorragie vaginali, cucirono due spezzoni di filo nelle orecchie della neonata. Forse speravano che la piccola finisse all’orfanotrofio della Casa Cuna come una bimba abbandonata, e che in futuro, quando la prima delle due fosse stata liberata, avrebbero potuto servirsi di quel segno per descriverla e ritrovarla, e poterle così raccontare chi era realmente. Sporca, piena di ferite e di cicatrici più o meno recenti che testimoniavano i suoi ultimi quattro mesi di vita, Cori non rinunciò a una virgola del proprio ottimismo e non perse né la forza né la certezza che prima o poi loro avrebbero vinto e i militari avrebbero dovuto andarsene per la stessa strada da cui erano arrivati. Mi chiamò Victoria e per qualche giorno poté credere che quella bambina appena nata fosse il segno che le cose cominciavano a cambiare.
©2010 Casa editrice Corbaccio s.r.l. Milano

Tratto da Victoria Donda, Il mio nome è Victoria, Corbaccio, pp.208, euro 17,50


Victoria Donda è nata alla ESMA, la Escuela Superior de Mecánica de la Armada. Ha trascorso l’infanzia ad Avellaneda, un sobborgo della città di Buenos Aires, ignorando la propria identità. Ha abbracciato la militanza politica nel 1998, quando si è iscritta alla facoltà di Diritto e ha aderito al movimento studentesco Venceremos, della Corrente Patria Libre. All’inizio del 2004 è stata chiamata a collaborare con Alicia Kirchner, ministro dello Sviluppo sociale. Sostiene il Progetto per la diffusione e la promozione dei diritti umani Claudia Falcone, dal nome di una studentessa sequestrata durante la cosiddetta «Notte delle matite spezzate» nel 1976. Nel 2005 è stata candidata come consigliera ad Avellaneda con il partito Frente para la Victoria, nelle cui liste è poi stata candidata alle elezioni nazionali del 2007. Eletta, è divenuta il deputato donna più giovane della storia argentina.

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