Reza Deghati: l’orgoglio dell’Afghanistan in una foto

Foto: Reza / National Geographic
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La povertà, il rapporto di amore e odio con gli americani, la capacità di vincere ogni impero: intervista al fotografo di National Geographic, a cui il canale 402 di SKY dedica un documentario domenica 7 febbraio. Guarda il video

di Chiara Ribichini

“Ho indossato gli abiti afghani e, da clandestino, ho camminato per settimane, per mesi, attraversando montagne e piccoli villaggi. Ho trovato di fronte a me il popolo più nobile che io avessi mai incontrato nella mia vita”. Così Reza Deghati, fotografo e giornalista di origine iraniana naturalizzato francese al quale è dedicata la serata Afghanistan. Cartoline dal fronte in onda su National Geographic Channel (canale 402 di SKY) domenica 7 febbraio alle ore 22:10, ricorda quando, nel 1983, per la prima volta mise piede in Afghanistan. In quel periodo il Paese subiva l’occupazione sovietica. Gli afghani erano “molto poveri, il futuro per loro era buio. Eppure avevano un incredibile orgoglio nel combattere gli invasori”.

Un orgoglio che, sottolinea Reza, deriva anche dalla consapevolezza di essere un popolo nato per vincere. La storia lo ha dimostrato. “Da Alessandro Magno ai persiani, dall’impero indiano a quello mongolo, dagli inglesi ai russi fino ad arrivare ad Al Qaeda. Gli afghani hanno combattuto contro ogni tipo di invasori. La cosa più incredibile è che in ogni guerra sostenuta sono sempre stati loro i vincitori”. Non solo. “Ogni popolo che è stato sconfitto dagli afghani, subito dopo ha perso anche l’impero”. La gente del posto sa bene questo, sa di “esser capace di vincere il mondo”. E questa consapevolezza dà loro la forza di guardare al futuro con occhi di speranza anche nei momenti più difficili. Reza ha avuto modo di toccare con mano questo ottimismo, questa vitalità del popolo afghano. E’ infatti uno dei pochi fotografi che è riuscito a spingersi così vicino alle zone di guerra dell’Afghanistan. Reza non è solo uno dei fotografi più importanti al mondo, ma un vero e proprio testimone del nostro tempo. I suoi scatti raccontano, attraverso i volti degli uomini, la storia dell’Afghanistan, un Paese che ha sconfitto anche il nemico più forte.

Nel 1983, ricorda Reza Deghati, l’Armata Rossa sembrava invincibile. Ma un uomo riuscì a mostrare al mondo intero che i russi non erano altro che “tigri di carta”. Si chiamava Ahmad Shah Massoud. Deghati ha trascorso 17 anni accanto a lui fotografandolo, realizzando documentari. “E’ una delle più importanti figure storiche al mondo” osserva il fotografo di National Geographic. E spiega: “Quando era solo un giovane studente non accettò l’invasione sovietica dell’Afghanistan e diede vita a un piccolo movimento, in un piccolo villaggio, basato su un principio: sali e butta giù il muro di Berlino”. Ma Massoud non è stato soltanto l’eroe nazionale che ha liberato il Paese dai russi, ma anche “un intellettuale, un uomo con un animo poetico che sognava, finita la guerra, di diventare un maestro per i bambini”.

Ma le guerre per gli afghani sembrano non finire mai. Dopo i russi sono arrivati i talebani. Poi, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001, gli americani e le forze Nato. A subire più di tutti le conseguenze di una storia fatta di continue conquiste sono state le donne. “Sono delle vittime doppie: prima di tutto per le guerre continue e per i problemi del Paese, poi perché la tradizione è stata molto dura con loro. Ma la buona notizia è che negli anni ’80 molte afghane sono riuscite a ricevere un’istruzione, sono diventate giornaliste e hanno trovato un lavoro. Anche la mia fondazione (AINA) ne ha aiutate tante”.

Oggi, come trent’anni fa, il futuro prossimo per gli afghani è molto cupo. “Non hanno abbastanza cibo e risorse”. Non solo. La gente è consapevole del fatto che le forze di coalizione presenti sul territorio “non hanno soluzioni militari per il loro Paese. Sa che molti stranieri che sembravano esser giunti per aiutarli, in realtà sono lì per trarre ognuno il proprio profitto”. Ma gli afghani non si scoraggiano. Sono pratici e guardano sempre avanti con la certezza che tanto alla fine “chi rimane e continua a vivere su quella terra è il popolo afghano”.

Con gli americani hanno un rapporto di odio e amore. “Da un lato li amano perché sono venuti per liberarli dai talebani, dall’altro capiscono che il loro obiettivo non è ricostruire la nazione, ma portare avanti una guerra strategica per il petrolio e per gli oleodotti”.
Per Deghati oggi l’Afghanistan è “la parte più importante della storia militare di tutto il mondo, perché ci sono in questo momento le milizie più forti di 34 nazioni”. Il fotografo di National Geographic lancia poi un appello: “Dobbiamo assolutamente ricostruire la nazione. Non dobbiamo perdere questa opportunità. Il mondo deve farsi carico dell’Afganistan perché se noi ricostruiamo il Paese e mostriamo a tutto il mondo che siamo capaci di farlo tutte le relazioni tra le nazioni occidentali e tutte le altre guerre (in Asia, in Africa, in Sud America) saranno diverse”.

E conclude con una riflessione amara: “Quando è finita la Seconda Guerra Mondiale gli americani e gli europei firmarono il Piano Marshall. In cinque anni ricostruirono tutta le zone dell’Europa che erano state distrutte. Era il 1945. La maggior parte di quelle nazioni non aveva abbastanza soldi, risorse e uomini in grado di lavorare. Questi stessi Paesi nel 2001 avevano invece il denaro, gli equipaggiamenti sofisticati. Eppure in 10 anni non sono stati capaci di ricostruire l’Afghanistan. Come è possibile? Come si può credere a questo? Quello che la gente afghana pensa è che gli occidentali non hanno la volontà di farlo ma sono lì solo per interessi economici e strategici”.

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