"Negri, froci, giudei e co.": l'eterna guerra contro l'altro

Uno striscione antirazzista durante una manifestazione in favore dell'integrazione
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Nel solo 2008, in Russia, le vittime di aggressioni razziste sono state 525. Ma il fenomeno dilaga in tutta Europa, con un'avanzata di tutti i partiti xenofobi. Lo racconta Gian Antonio Stella nel suo ultimo libro edito da Rizzoli. LEGGINE UNO STRALCIO

di Gian Antonio Stella

Scarponi coi lacci neri: non ha mai ucciso. Scarponi coi lacci bianchi: ha già ucciso.
Dicono certi blog russi che è così che i naziskin si riconoscono tra di loro: dai lacci degli anfibi. Ci sono troppi lacci bianchi, in Russia. Troppi. Nel solo 2008, stando al saggio sulla xenofobia nella Russia post-sovietica di Anna Sevortian, direttrice del Centro di sviluppo della democrazia e dei diritti umani di Mosca, le vittime di aggressioni razziste e xenofobe sono state 525. Con 97 omicidi.
Il tutto «senza contare le risse di massa, gli attacchi con una motivazione finanziaria e le aggressioni che comportano l’uso di un’arma da fuoco eccetto nei casi in cui motivi razzisti sono stati dichiarati».

I teatri principali della caccia al diverso, spiega la Sevortian, sono i distretti di Mosca (57 omicidi e 196 feriti) e San Pietroburgo (15 omicidi e 38 feriti). Le vittime prescelte, gli immigrati dall’Asia centrale e dal Caucaso. Seguono gli «alternativi », i punk, i clochard, considerati «traditori della razza bianca ». E il 2009, dice l’istituto per il monitoraggio Sova, non è andato meglio. Non bastasse, gli stessi blog segnalano la comparsa di altre ronde violente, coi lacci rossi. Sono skinhead antifascisti, si fanno chiamare «antifa» e aggrediscono i «nazi» nel nome delle minoranze etniche. Sono saltati tutti i tappi della convivenza, nella Russia che un tempo si faceva vanto, a torto, di essere un felice miscuglio di etnie differenti. «Neghi d’averli ammazzati?», hanno chiesto a Pavel Skachevskij, accusato con sei amici di una catena di omicidi razzisti. E lui: «Sono un soldato russo che ripuliva la città dagli occupanti». «Odiamo i caucasici che hanno invaso Mosca», ha confermato Artur Ryno. Erano ancora minorenni, quando avevano cominciato a uccidere i «ciorni», i neri, come vengono sprezzantemente chiamati i caucasici con la pelle più scura dai fanatici del Partito liberaldemocratico russo di Vladimir Zhirinovskij o da quanti si riconoscono ancora nella disciolta Unità nazionale russa di Aleksandr Barkashov. I giudici del tribunale moscovita, nel dicembre 2008, li hanno condannati al massimo della pena per dei minori. Dieci anni. Per 21 omicidi. «Sei mesi per ogni morto», piangevano i parenti. E parliamo solo di quelli accertati dalla polizia.

Artur Ryno, che faceva il pittore di icone sacre, ne aveva confessati 37, di delitti: «La città deve essere ripulita». La mattina in cui avevano assassinato il loro primo immigrato a coltellate, il 21 agosto 2006, un altro gruppo di razzisti piazzava una bomba tra i cinesi, i vietnamiti, i tagiki del mercato Cherkizovskij, una specie di Porta Portese. Tredici morti, tra i quali 4 bambini, e 47 feriti. Due anni dopo, il tribunale condannava otto fanatici di destra. Quattro all’ergastolo (l’imprenditore Nikolaj Korolyov, l’ex agente dei servizi segreti Sergej Klimuk e gli studenti di chimica Ilya Tikhomirov e Oleg Kostyrev) e altri quattro al carcere da due a vent’anni. Appartenevano a un gruppo chiamato Spas (Redentore) che di attentati dinamitardi ne aveva già fatti sette. Tutti contro ostelli di immigrati, moschee di immigrati, botteghe di immigrati. L’istituto Gallup, presente nel paese da due decenni, ha compiuto un sondaggio su questa campagna di odio che al grido di «la Russia ai russi» avrebbe coinvolto oltre 50.000 giovani. I russi che dicono di «capirla» sono 4 su 100. Ma tra i ragazzi la quota sale: 1 su 9.

Ma è in tutto il continente che sono saltati i tappi. A dispetto di chi minimizza, i dati dell’Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia con sede a Vienna, l’Eumc, spingevano già nel 2007 l’allora vicepresidente Ue Franco Frattini a dirsi molto preoccupato: «I fenomeni a sfondo razzista nel 2006 sono aumentati in alcuni paesi tra il 25% ed il 45% con punte fino al 70%». Nel marzo 2009 il rapporto nella nuova Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra), dopo aver denunciato che solo 12 paesi dell’Unione si erano dotati del richiesto monitoraggio dei reati razzisti e tutti gli altri no (Italia compresa), diceva che la situazione era peggiorata ancora. Dal 2000 al 2007 i crimini razzisti sono cresciuti del 4% in Inghilterra, del 20,4 in Francia, del 22,6 in Scozia, del 31,3 in Irlanda, del 36,2 in Slovacchia, del 43% in Danimarca...

E le elezioni europee del 2009 hanno fornito la conferma ufficiale. Con un’avanzata generale di quasi tutti i partiti xenofobi. Protagonisti qua e là di irruzioni a Strasburgo spettacolari almeno quanto preoccupanti. Come, per esempio, quella della Jobbik Magyarországért Mozgalom, l’Alleanza per un’Ungheria migliore. Fondata nel 2003, alle Politiche del 2006 aveva preso insieme con un altro partito simile (Partito ungherese giustizia e vita) solo il 2,2%. Tre anni dopo, al termine di una campagna fatta bruciando in piazza le bandiere europee, era al 14,8. Solo due punti e mezzo sotto i socialisti.
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Tratto da Gian Antonio Stella, "Negri, froci, giudei & Co. L'eterna guerra contro l'altro", Rizzoli (pp. 332, euro 19,50)


Gian Antonio Stella (Asolo 1953) è inviato ed editorialista del Corriere della Sera. Da Rizzoli ha pubblicato L’orda (2002), Odissee (2004), Avanti popolo (2006) e con Sergio Rizzo i bestseller La casta (2007) e La deriva (2008). Tra le opere narrative, Il maestro magro (2005), La bambina, il pugile, il canguro (2007) e Carmine Pascià (2008).


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