Le ali della libertà

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L’allora inviata del Tg2 Lilli Gruber, conduttrice di Otto e mezzo su La7, ricorda il suo arresto a Berlino, il crollo del Muro e l’euforia di quei giorni

di Lilli Gruber

"Da mesi facevo la spola per il Tg2 tra Roma e Berlino Est per raccontare una Germania comunista in grande fermento. Il 9 novembre mi trovo alla televisione pubblica orientale dove, durante il montaggio di un servizio, assisto in tv alla conferenza stampa di Schabowski, l’allora portavoce della Sed, il partito al potere. Lo sento dire che il divieto di attraversare il confine è cessato. A quel punto, il giornalista dell’Ansa Riccardo Ehrman gli chiede quando entreranno in vigore le nuove misure di viaggio e lui, un po’ confuso, risponde: “Per quanto ne so, da subito”. Come tutti, a cominciare dai tedeschi dell’Est, penso immediatamente a un ennesimo trucco del regime per allentare la crescente tensione nel Paese. Mai avrei pensato che quella dichiarazione insignificante avrebbe cambiato poche ore più tardi la storia del mondo intero. Ma ancora prima della mezzanotte mi ritrovo in uno dei punti di passaggio verso Berlino Ovest, il mitico Checkpoint Charlie, caratterizzato da infinite barriere e maniacali controlli, luogo simbolo della Guerra Fredda. Seduta sul Muro, con gli ultimi riluttanti poliziotti della dittatura comunista che invano tentano di bloccarmi, annuncio alla tv italiana la fine della divisione del mondo in due blocchi contrapposti! Sotto di me, un fiume incontenibile di gente.

Sui loro volti non si leggono più la paura e l’incredulità iniziali: ora sono lì, davanti all’odiato Muro, lo possono toccare per vedere se davvero l’incubo durato 28 anni è finito. Il popolo di Berlino sta per riprendere possesso dei suoi confini, della sua città, della sua vita. Ogni freno sembra sparito: si canta, si piange, si ride. Tutti si abbracciano, gridano: “Wahnsinn”, “Pazzesco!” Tutto questo è pazzesco anche per me, e ancora oggi quando ci ripenso mi viene la pelle d’oca. 
Del resto, solo pochi giorni prima ero stata arrestata. All’epoca era difficile per un giornalista avere un visto per entrare nella Ddr. Io lo ottenni per seguire un’iniziativa di propaganda del regime della quale mi disinteressai totalmente e, al contrario, con il mio operatore Maurizio Cirilli feci tutto quel che era severamente proibito: andai nelle chiese protestanti diventate luoghi di accoglienza e discussione per i dissidenti; guidammo fino a Lipsia, dove da settimane, ogni lunedì sera, migliaia di persone scendevano in piazza contro la dittatura; intervistai i leader della rivolta. Ovviamente, eravamo spiati e seguiti dalla polizia segreta, che ci fece arrestare proprio pochi minuti prima della mezzanotte, quando scadeva il visto e volevamo rientrare a Berlino Ovest attraverso il Checkpoint Charlie. Pioveva, faceva freddo e le facce dei poliziotti erano tutt’altro che rassicuranti. Ci vennero ritirati i passaporti, fummo interrogati separatamente per ore. Nonostante il clima di inquietante intimidazione, Maurizio fu grande: riuscì a nascondere le nostre cassette, sostituendole con quelle contenenti vecchi programmi Rai, tipo Canzonissima. Pensai: se riescono a verificare il contenuto, siamo fregati!

A distanza di vent’anni bisogna ammettere che il processo di integrazione delle due Germanie è stato più lungo e complesso di quanto molti si aspettassero. E in tanti a Est lo considerano più un’annessione che una riunificazione. C’è la cosiddetta “Ostalgie”, la nostalgia per la Germania dell’Est dei meno giovani, che dal sogno del capitalismo hanno avuto un brusco risveglio. “All’improvviso”, mi ha detto Ingo Schulze, noto scrittore tedesco dell’Est, “è stato smantellato il nostro sistema di protezione sociale che ha creato armate di nuovi poveri. Per lungo tempo, poi, siamo stati tutti sospettati di aver collaborato col regime”. Ci sono ancora molti risentimenti, da entrambe le parti, ma nella generazione del post-Muro esiste ormai un’identità tedesca comune: i giovani si considerano sempre più un popolo. A tutti, invece, servirebbe una rielaborazione del recente passato comunista, durato comunque oltre 40 anni, dopo 12 anni di tirannìa nazista. Del resto, a 20 anni dal crollo del Muro, bisognerebbe presentare la Guerra Fredda esattamente come quel che non andrebbe fatto si scatenano grandi scontri ideologici.

La pericolosa contrapposizione creatasi alla fine della Seconda guerra mondiale ha infatti prodotto una folle corsa agli armamenti, anche nucleari, e ha scatenato tante battaglie combattute proprio in nome della Guerra Fredda. Penso al Vietnam, alle rivoluzioni e repressioni in America Latina e Sudamerica, ai sanguinosi conflitti in Africa e in Medioriente. L’Occidente si difendeva dall’avanzata del totalitarismo anti-democratico e comunista, l’Oriente dal capitalismo borghese e dall’imperialismo americano. La necessità assoluta è invece la ricerca di un modello pacifico di risoluzione dei conflitti. 
Tornando al 1989, in Italia, al di là della grande emozione collettiva e partecipazione umana, ci fu un risvolto importante per i partiti e i loro leader: ridefinire i propri obiettivi politici nel nuovo ordine mondiale. E per le forze legate all’Urss l’arrivo di una resa dei conti non più procrastinabile. In Italia, nonostante lo strappo dall’Urss di Berlinguer nel 1976, per il Pci fu uno choc: significò non solo cambiare nome, ma soprattutto cambiare pelle".

L'articolo è stata pubblicato sul numero di novembre di SKYlife. Per riceverlo a casa registrati

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