L'Expo, la rivoluzione di Saragozza

La Torre dell'Acqua, uno dei simboli dell'Expo di Saragozza
1' di lettura

Il 14 settembre si è chiusa la manifestazione dedicata all'acqua e allo sviluppo sostenibile. La città spagnola ora vuole ritornare protagonista della storia di Spagna. Milano, sede ufficiale del 2015 ha 7 anni per provare a fare meglio

di LUIGI VACCARIELLO

Tre ore e mezza di coda per entrare nel Padiglione delle Acque estreme e vivere le paure di uno Tsunami, un’ora in più per entrare nell’acquario dei pesci d’acqua dolce più grande d’Europa. Non si tratta di un parco giochi tematico con qualche digressione scientifica, ma dell’Expo internazionale di Saragozza, che si è concluso domenica scorsa, dedicato al tema dell’acqua e dello sviluppo sostenibile. Quando si parla di Expo, soprattutto da quando lo scorso 31 marzo Milano è stata scelta come sede ufficiale dell’Esposizione Internazionale del 2015 (anche se in quel caso sarà mondiale e durerà 6 mesi anziché 3, ndr) a scapito della turca Smirne, in molti si saranno chiesti che cos’è l’Expo e che vantaggi comporta la sua assegnazione. E di questo infatti, in Italia, si discute e polemizza da mesi. Visto dalla Spagna, di sicuro l'Expo non è una fiera, ma un punto d’incontro di culture, pensieri, esperienze e informazioni. I primi passi della candidatura spagnola all’Expo presero forma quando al governo c’era il PP di José Maria Aznar, ma la consacrazione effettiva è avvenuta sotto la guida di José Luis Zapatero. Sarà una semplice diceria, ma molti Spagna dicono di vedere negli occhi di Fluvi, la mascotte, un sorrisetto alla bambi che non a caso è il soprannome del leader socialista iberico.

Questo Expo, su un parco espositivo di 7000 metri quadri, ha registrato un'affluenza un po' sotto le aspettative - poco più di 5 milioni e mezzo, se ne attendevano tra i 6 e i 7 -, ma in quattro anni, quella che era la capitale del Regno di Isabella ha cambiato faccia. Oltre 8000 posti di lavoro, un terminal nuovo di zecca per l’aeroporto, più di 300 cantieri aperti, 1650 milioni di euro investiti per le infrastrutture, 700 per i padiglioni e le strutture del recinto dello spazio espositivo che ha tramutato, quella che una volta era la sponda destra dimenticata del fiume Ebro, nell’orgoglio di una città che aveva fatto dei pellegrinaggi religiosi collegati alla Virgen del Pilar la sua unica fonte di attrazione turistica. Insomma, una città che vive 24 ore al giorno.

L’obiettivo, mai celato, del sindaco socialista Juan Alberto Belloch è quello di far diventare Saragozza la terza città di Spagna. Concetto ribadito anche nei momenti immediatamente successivi alla fine della manifestazione: “I padiglioni hanno chiuso le loro porte, Saragozza no”. Non a caso la scommessa delle città che ospitano queste manifestazioni, più che nell’affluenza, sta nel saper sfruttare notorietà e fondi per potersi sviluppare e riconvertire. Saragozza, in tal senso, sembra aver imboccato la giusta direzione. E’ una città di 700.000 abitanti, moderna, giovane, con una stazione ferroviaria immensa che consente in un’ora e mezza di correre a Madrid e Barcellona e soprattutto con una grande voglia di tornare protagonista nella storia della Spagna. Milano ha 7 anni di tempo per capire pregi e difetti di questa esperienza e provare a fare di meglio.

Leggi tutto
Prossimo articolo