Svimez, il Sud nel 2016 è cresciuto più del Nord: Pil +1% contro +0,8%

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Nell’anno in corso il Mezzogiorno dovrebbe tornare indietro rispetto al resto d'Italia. Con attuali ritmi di crescita, si stima, il Sud recupererà livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord. "Un terzo meridionali a rischio povertà"

Il 2016 è stato un anno positivo per il Sud: il suo Pil è cresciuto dell’1 per cento, un dato più alto anche della crescita al Centro-Nord (+0,8%). Ma nel 2017 le cose dovrebbero invertirsi: il Pil dovrebbe aumentare dell'1,1 per cento al Sud e dell'1,4 per cento nel Centro-Nord, facendo quindi tornare indietro il Mezzogiorno rispetto alle altre zone d'Italia. Sono questi i numeri diffusi da Svimez nelle anticipazioni del rapporto 2017. Per il 2018, poi, è previsto un aumento del prodotto dello 0,9 per cento nel Mezzogiorno e dell'1,2 per cento al Centro Nord. Secondo il rapporto, riparte nel 2016 l'occupazione, ma non cura l'emergenza sociale. E con gli attuali ritmi di crescita, si stima, il Sud recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord.


 

“Un terzo meridionali a rischio povertà”

“Oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà”, ha detto il vicedirettore di Svimez, Giuseppe Provenzano. Nel rapporto dell’associazione si legge che nel 2016 “circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord”. Nelle regioni meridionali il rischio di povertà “è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%)”.

La crescita nel 2016

La crescita del Pil del Sud nel 2016, secondo Svimez, è stata la conseguenza di alcune condizioni peculiari: “Il recupero del settore manifatturiero, cresciuto cumulativamente di oltre il 7 per cento nel biennio 2015-2016 e del 2,2 per cento nel 2016, la ripresa del settore edile (+0,5% nel 2016), il positivo andamento dei servizi (+0,8% nel 2016)”. Il principale driver della crescita meridionale nel 2017, si spiega, “dovrebbe nuovamente essere la domanda interna: i consumi totali crescerebbero dell’1,2 per cento (quelli delle famiglie dell’1,4%) e gli investimenti al Sud del 2 per cento”.

Sud ai livelli pre-crisi 10 anni dopo il Centro-Nord

Se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, avverte Svimez, “recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”. Si configurerebbe, spiega, un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”. “Un biennio in cui lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno è risultato superiore di quello del resto del Paese – aggiunge Svimez – non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività (il prodotto per addetto è calato cumulativamente nel periodo 2008-2016 del 6% nel Mezzogiorno, del 4,6% nel resto del Paese), bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere”. Il nodo vero, secondo l'associazione, “è ancora una volta lo sviluppo economico nazionale”, per il quale il Mezzogiorno “deve essere un'opportunità, calibrando l'intensità e la natura degli interventi per il Sud”.

Gli effetti della clausola di salvaguardia

Secondo le stime di Svimez, poi, l’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 avrebbe sul Sud un effetto di circa 15 miliardi. Se questo aumento diventasse operativo, si spiega, “sarebbe l’economia meridionale a subire l’impatto più negativo: nel biennio 2018-2019 il Pil del Sud perderebbe quasi mezzo punto percentuale di crescita (0,47%), due decimi di punto in più rispetto al calo di prodotto presunto nel Centro-Nord (0,28%)”.

I dati sull’occupazione

Nel rapporto si parla anche di occupazione. Si prevede nel 2017 una crescita: +0,6 per cento. Nella media del 2016, si legge, “gli occupati aumentano rispetto al 2015 al Sud di 101mila unità, pari a +1,7 per cento, ma restano comunque di circa 380mila al di sotto del livello del 2008”. L'aumento dei dipendenti a tempo indeterminato, spiega Svimez, in termini relativi è più accentuato nel Mezzogiorno, grazie al prolungamento della decontribuzione. L'incremento degli occupati anziani e del part time, però, “contribuisce a determinare una preoccupante ridefinizione della struttura e qualità dell'occupazione”. Per Svimez, il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale: “In Italia rispetto al 2008 sono ancora un milione e 900mila i giovani occupati in meno. Per quel che riguarda i settori, nel 2016, aumenta l’occupazione nell’industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%). Significativo incremento nel turismo (+2,6%)”.

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