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Nel suo rapporto Bes (Benessere Equo e Sostenibile), l'istituto di statisca fotografa un'Italia che riparte: migliora il potere d'acquisto e diminuisce il rischio di poverta. Resta però un forte divario tra Nord e Sud, anche rispetto alla qualità della vita. E persistono gli svantaggi per i giovani e le donne

Migliora la situazione economica degli italiani che sono più ottimisti verso il futuro, grazie anche al miglioramento del mercato del lavoro, all'innalzamento del tenore e della durata della vita. E' la fotografia scattata dall'Istat nel rapporto Bes (Benessere Equo e Sostenibile) 2015 che sottolinea come tale miglioramento tuttavia non sia uniforme e non tocchi tutte le classi della popolazione. Restano infatti differenze tra il nord e il sud del paese, così come vengono confermate le situazioni di svantaggio per i giovani e le donne. In ogni caso a conferma del trend di miglioramento, a margine della presentazione del rapporto il presidente dell'istituto, Giorgio Alleva, ha detto che "è possibile ma non semplice" che il Pil dell'Italia si attesti al +0,9% nel 2015.

Sale il potere d'acquisto, scende il rischio povertà - Entrando nello specifico, il rapporto spiega come aumentano il reddito disponibile (dello 0,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014) e il potere d'acquisto; cresce anche la spesa per consumi finali, anche se in misura più limitata in conseguenza del lieve aumento della propensione al risparmio. Sempre meno famiglie mettono in atto strategie per il contenimento della spesa mentre è più elevata la quota di quelle che tornano a percepire come adeguate le proprie risorse economiche. Il rischio di povertà e soprattutto la povertà assoluta hanno smesso  di aumentare (dal 4,4% del 2011 sale al 7,3% nel 2013, per riscendere  al 6,8% nel 2014); mentre la grave deprivazione diminuisce per il secondo anno consecutivo, attestandosi sui livelli del 2011 (11,6% le  persone in famiglie con grave deprivazione).

Migliora la speranza per il futuro, ma aumentano le famiglie disagiate - In leggero miglioramento anche gli indicatori di natura  soggettiva: la percentuale di persone in famiglie che arrivano a fine  mese con grande difficoltà torna a scendere (17,9%) dopo aver  raggiunto il valore massimo del decennio proprio nel 2013 (18,8%).  Cresce anche l'ottimismo e la speranza per il futuro. Dal 24% di persone sopra i 14 anni che nel 2013 ritenevano che la propria situazione sarebbe migliorata nei 5 anni successivi, afferma il documento, si è passati al 27% nel 2014. "L'ottimismo per il futuro - ha sottolineato Linda Laura Sabbatini, che dirige il dipartimento per le Politiche Sociali dell'Istat - cresce soprattutto per il segmento giovanile, nonostante siano proprio i giovani in soggetti più colpiti dalla crisi". L'unico indicatore in controtendenza è la quota di individui che  vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa, cioè le  famiglie dove le persone tra i 18 e i 59 anni (esclusi gli studenti  18-24enni) hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale  nell'anno precedente; dopo la diminuzione tra il 2004 e il 2007,  l'aumento iniziato nel 2010 si protrae fino al 2014 (12,1%).

 




Resta un profondo divario tra Nord e Sud
- Resta però il profondo divario tra Nord e Sud. Il Mezzogiorno infatti, oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche la ripartizione  con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto  dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello  posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto  è di 4,6. Le differenze si riflettono anche in ambiti non economici con il Mezzogiorno che vede aumentare, anche per effetto della crisi, il proprio  svantaggio nella speranza di vita (81,5 anni per il Mezzogiorno contro 82,5 anni per il Nord), nella qualità della vita (55,4 anni di speranza di vita in buona salute per il Mezzogiorno contro 60 anni per il Nord), nella mortalità infantile, nella salute fisica e psicologica e nei fattori di rischio legati agli stili di vita (sedentarietà,  eccesso di peso e scorrette abitudini alimentari).

Permangono svantaggi per donne e giovani - Diseguaglianze anche tra fasce di età e tra uomini e donne, con il divario di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, che, pur continuando a ridursi a seguito della  maggiore caduta dell'occupazione nei comparti a prevalenza maschile, resta tra i più alti d'Europa (69,7% di uomini occupati contro il  50,3% di donne). Per colmarlo, dovrebbero lavorare almeno 3 milioni  e mezzo di donne in più di quante attualmente occupate. Anche la  qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel  terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere). L'Italia continua anche a caratterizzarsi in Europa per la forte esclusione  dei giovani dal mercato del lavoro, a fronte della continua crescita  del tasso di occupazione degli ultracinquantacinquenni. Sebbene  l'allungamento dei percorsi formativi ritardi l'ingresso nel mondo del lavoro, la diminuzione del tasso di occupazione per i giovani dipende  soprattutto dalla difficoltà a trovare un impiego, specie se  continuativo nel tempo. La condizione dei giovani è aggravata da una  peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo.

Italia ha tra le aspettative di vita più alte in Europa
- Riguardo agli indicatori non economici da segnalare che l'Italia ha un livello di speranza  di vita tra i più elevati in Europa - al primo posto con 80,3 anni per gli uomini e al terzo per le donne con 85,2 - e la longevità continua  ad aumentare. La mortalità infantile scende ancora - siamo a 30 decessi ogni 10 mila nati vivi - come pure la mortalità per incidenti da mezzi di trasporto dei giovani - 0,8 vittime ogni 10 mila residenti - e quella per tumori maligni tra gli adulti (8,9 decessi per 10 mila residenti).  L'Italia è inoltre il Paese europeo con il più basso tasso di omicidi (0,8 per 100.000 abitanti), grazie al trend discendente degli  ultimi anni. Il fatto che tale tendenza non si sia invertita negli anni della crisi testimonia, secondo l'Istat, la tenuta del nostro tessuto sociale. Anche la percezione di sicurezza della popolazione è di nuovo  in aumento - da 54,1% del 2013 a 56,2% del 2014 - anche se non si è  tornati ai livelli più alti raggiunti nel 2010.

 


Data ultima modifica 02 dicembre 2015 ore 17:19

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