Pensioni, la Consulta boccia il blocco delle rivalutazioni

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Secondo i giudici costituzionali è illegittimo il mancato adeguamento deciso dal governo Monti. Lo Stato ora rischia un buco da 5 miliardi. Poletti: "La sentenza va applicata. Per le risorse si deciderà collegialmente". Soddisfazione dei sindacati

La sentenza della Corte costituzionale, che ieri ha bocciato il blocco delle rivalutazioni pensionistiche varato dal governo Monti, "non si può che applicare". E' laconico il commento del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sulla decisione della Consulta che rischia di diventare una bomba sui conti pubblici. E proprio sul reperimento delle risorse, si parla di 5 miliardi, per ripagare il mancato adeguamento degli ultimi anni, il ministro spiega che "dovremo approfondire collegialmente, è troppo presto".

Camusso: "Era un norma ingiusta" - Soddisfatti invece i commenti dei sindacati. Secondo Camusso, a Pozzallo per il primo maggio, "era una norma ingiusta e la Corte costituzionale lo ha confermato: è la dimostrazione che bisogna mettere mano alla legge Fornero che è piena di ingiustizie ed è una delle ragioni della crescita della disoccupazione". Dello stesso avviso la segretaria della Cisl Annamaria Furlan, secondo cui la legge "Fornero è la peggiore d'Europa". "la riforma Fornero va rottamata. Ha solo creato degli esodati senza  lavoro e senza pensioni" aggiunge.

Le lacrime della Fornero - Nel 2011 all'interno del decreto Salva Italia, il governo Monti inserì una misura che riguardava le pensioni di importo mensile superiore a tre volte il trattamento minimo Inps: per il biennio 2012-2013 era sospeso il meccanismo che adegua l'assegno pensionistico al costo della vita. Nell'annunciare il provvedimento, l'allora ministro del Welfare, Elsa Fornero, pianse in diretta tv durante la conferenza stampa. Ma quel provvedimento è ora stato giudicato illegittimo dalla Corte Costituzionale e lo stato dovrà restituire i mancati adeguamnenti.

Viceministro Tesoro: "Impatto sarà rilevante" - Secondo gli ultimi dati Istat, il blocco delle indicizzazioni ha toccato circa 6 milioni di persone con pensione superiore ai 1.500 euro mensili lordi. La quota maggiore è costituita da pensionati che percepiscono tra i 1.500 e i 1.999 euro (17,4%) e tra 2.000 e 3000 euro (13,7%): cifre quindi non altissime. Ora l'Inps dovrà ricalcolare gli assegni liquidati. "Stiamo verificando l'impatto che la sentenza può avere sui conti pubblici - hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi - non sarà una prova facile, ma non siamo molto preoccupati: troveremo una soluzione". Già il Tesoro aveva assicurato che "sul tema l'attenzione è alta". Ma il vice ministro dell'Economia, Enrico Morando, ha ammesso che l'impatto della decisione "sarà rilevante". "Se si dichiara illegittima la mancata corresponsione dell'adeguamento, quei pensionati ora hanno diritto ad averlo: l'adeguamento va corrisposto", ha spiegato.

Si rischia un buco di 5 miliardi
- Un calcolo non è ancora stato fatto. Ma dalle cifre che l'Avvocatura dello Stato fece in udienza di fronte alla Consulta, in ballo ci sono circa 1,8 miliardi per il 2012 e circa 3 per il 2013. A spanne 5 miliardi. Anche se una stima Spi-Cgil parla addirittura di 10 miliardi. Comunque sia, sarà necessario "riclassificare il deficit 2012-2013", avverte Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, Pd.

Il perchè della sentenza
- Ma perché la Corte, sulla scorta delle istanze del Tribunale di Palermo e della Corte dei Conti, ha respinto al mittente la norma? Perché l'interesse dei pensionati, specie se "titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite" e il diritto a una pensione adeguata è un "diritto costituzionalmente fondato" che non va "irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio". A redigere la sentenza, la giudice Silvana Sciarra, giuslavorista. Una pronuncia importante, osserva il costituzionalista Massimo Siclari, perché la Corte ha ribadito che "le esigenze economiche non sono necessariamente e automaticamente preponderanti su diritti fondamentali quali proporzionalità, ragionevolezza e solidarietà".

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