Poveri bambini: in che modo la crisi ha colpito i minori

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Non disporre di una propria cameretta, non avere pc e connessione, non poter invitare qualcuno a casa: in un saggio Feltrinelli Chiara Saraceno racconta gli effetti della povertà nell'Europa degli ultimi anni, a partire dai più piccoli. ESTRATTO

Se la mancanza di reddito (e ricchezza) famigliare, o meglio la sua insufficienza rispetto ai bisogni, è la causa della povertà dei minori, l’indicatore economico da solo non dà conto adeguatamente di che cosa significhi essere poveri da bambini e adolescenti.
Sulla base degli studi sul ben-essere dei minori (cfr. Bradshaw et al. 2007; Ben-Arieh 2010), sono stati messi a punto indicatori specifici di deprivazione e povertà che riflettono il punto di vista, sia soggettivo sia oggettivo, dei minori stessi. Utilizzati anche dall’Unicef (2007) nei suoi rapporti sul ben-essere e sulla povertà dei minori nei paesi ricchi, consistono nella mancanza di alcuni beni/consumi sia famigliari sia specifici dei minori: assenza in famiglia di un mezzo di trasporto proprio, non disporre di una propria camera da letto, non poter andare qualche giorno in vacanza, non avere un computer in casa e una connessione internet, non avere un luogo in cui poter studiare, non possedere un dizionario, libri di scuola, materiali educativi, avere meno di dieci libri in casa, non poter invitare qualcuno a casa propria.

Alcuni di questi beni/consumi possono sembrare ben al di sopra della soglia di sussistenza. Ma lo scopo di questi indicatori è precisamente valutare che cosa significhi essere povero per un minore in una società ricca e tecnologicamente avanzata, in cui non disporre di taluni beni a una certa età rischia di produrre emarginazione tra pari e anche esclusione da processi di apprendimento, se questi, per esempio, richiedono la possibilità di accedere a internet o di seguire programmi didattici in televisione (cfr. anche Sen 1992).
Racconta un ragazzo norvegese intervistato dalla équipe di Save the Children: “Non ho mai invitato nessuno a casa mia. Tutte quelle domande cui non potevo rispondere: che cosa fa tuo padre? E tua madre? I miei genitori ricevevano il sussidio assistenziale e io ero giudicato in base a quello che facevano, o meglio non facevano, i miei genitori”. E una ragazza svedese: “Ho perso tutti i miei amici perché non posso andare fuori con loro, perché non ho soldi. Loro pensano che io non abbia voglia di stare con loro. Ma il fatto è che non posso permettermelo”. E una ragazzina lituana: “Non abbiamo neppure l’acqua in casa. Dobbiamo raccogliere l’acqua piovana. Mia sorella e io possiamo fare il bagno solo al centro giovanile. Mi vergogno tanto”. Facendole eco, una mamma napoletana che vive con i suoi due bambini in un seminterrato trasformato da magazzino in alloggio (fuorilegge) di fortuna, ha detto agli intervistatori di Save the Children di non permettere ai figli di portare a casa gli amici, perché si vergogna troppo delle condizioni in cui è costretta a vivere.

Combinando i diversi indicatori in un indice della situazione materiale dei bambini, Bradshaw et al. (2007) alcuni anni fa, in epoca pre-crisi, hanno mostrato come l’incidenza della deprivazione materiale tra i minori non solo variasse molto tra i diversi paesi della Ue, ma come essa non si sovrapponesse perfettamente alla differenziazione fra paesi in termini di Pil. In particolare, tra i paesi che hanno una performance negativa rispetto alla condizione materiale dei minori, non vi sono solo, con l’eccezione della Slovenia, tutti i paesi dell’Est europeo, ovvero i più poveri all’interno della Ue, ma anche Germania, Italia, Belgio, Irlanda e Inghilterra. Nel 2009 l’indagine europea sulle condizioni socio-economiche della popolazione – eu-silc – ha dedicato un approfondimento particolare alla deprivazione dei minori, utilizzando, accanto agli indicatori standard di deprivazione materiale, indicatori molto simili a quelli usati da Bradshaw et al. (2007).

Analizzati in dettaglio da Gábos, Özdemir e Ward (2011), i dati che sono emersi sono importanti, e preoccupanti dal punto di vista sia della condizione dei minori, sia del modo in cui sono definiti gli obiettivi dell’Unione Europea nel campo del contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. In primo luogo, lo studio di Gábos et al. mostra come la deprivazione materiale tra i minori fosse diminuita nel periodo 2005-2009, anche se in misura inferiore a quanto era avvenuto per gli adulti. Già nel 2009, tuttavia, in alcuni paesi – Estonia, Irlanda, Grecia, Lettonia e Ungheria, e in minor misura in Spagna e Lituania – gli effetti della crisi sui minori era evidente e il trend della diminuzione dell’incidenza della deprivazione materiale si era invertito. Nel caso di Spagna e Irlanda ciò era già avvenuto tra il 2008 e il 2009.

In secondo luogo, lo studio rileva che, anche considerando solo gli indicatori di deprivazione materiale “standard”, ovvero quelli per la popolazione in generale, la percentuale di minori “gravemente deprivati” (ovvero che sperimentano una deprivazione su quattro o più voci da una lista di nove) era più alta – 10 per cento – di quella della popolazione in generale: 8,5 per cento. Questo scarto è spiegabile, lo ricordiamo ancora una volta, con il fatto che povertà e deprivazione sono maggiormente concentrati nelle famiglie numerose, dove i minori sono tre o oltre, a fronte di due, e talvolta un solo adulto. Nei paesi dell’Est europeo la percentuale era sopra il 22 per cento, toccando il 40 per cento in Romania. Inoltre, solo la metà dei minori gravemente deprivati apparteneva a famiglie a rischio di povertà in base al reddito, confermando il fatto che deprivazione materiale e basso reddito non sempre coincidono, ma si riferiscono a sfere parzialmente distinte di disagio economico.

Questi dati già da soli suggeriscono che una strategia, come quella europea, tesa a ridurre il numero di famiglie esposte vuoi a deprivazione materiale, vuoi a basso reddito, vuoi a basso tasso di occupazione, possa sì avere effetti positivi sulla povertà e la deprivazione dei minori, ma in misura proporzionalmente inferiore che per gli adulti. Occorre, in altri termini, affrontare anche specificamente la questione del costo e dei bisogni dei figli. Se si considerano gli indicatori specifici di deprivazione dei minori, di un quarto dei bambini e ragazzi non mangia frutta e verdure fresche, non ha un pasto proteico almeno una volta al giorno e non ha vestiti e calzature adeguate), seguite da Ungheria e Lettonia. Ma anche in Grecia, Italia e Portogallo oltre il 4 per cento dei bambini e ragazzi non fa neppure un pasto proteico al giorno.
I bambini e ragazzi che vivono nei paesi dell’Est europeo patiscono anche più spesso una pluralità di forme di deprivazione materiale. Una distribuzione analoga si trova per la deprivazione relativa ad altri aspetti, quali i bisogni educativi (disponibilità di libri e di un posto dove studiare), le attività di tempo libero e sportive, le possibilità di avere una vita sociale con i coetanei. In queste dimensioni, inoltre, la distanza tra Bulgaria e Romania da una parte e tutti gli altri paesi è ancora maggiore.

Dall’analisi emerge anche che, nella maggior parte dei paesi, nelle famiglie deprivate i genitori cercano di proteggere i consumi dei figli. Per esempio, nelle famiglie che sperimentano una situazione di deprivazione è più frequente che siano i genitori piuttosto che i figli a non poter avere un vestito nuovo e che siano i genitori piuttosto che i figli a non poter invitare amici o a partecipare ad attività di tempo libero.
In altri termini, la maggiore incidenza della deprivazione tra i minori che tra gli adulti a livello complessivo non è dovuta a una forma di egoismo dei genitori, che privilegiano i propri consumi rispetto a quelli dei figli. È dovuta, come ho già avuto modo di ricordare, alla maggiore concentrazione di famiglie numerose, cioè con più figli, tra le famiglie deprivate. Per quanto i genitori possano ridurre i propri consumi per salvaguardare quelli dei figli, il quadro diventa ancora più complesso, anche se non meno drammatico. In tutti i paesi dell’Unione Europea, con l’eccezione del Portogallo, meno del 5 per cento delle famiglie dichiara di non essere in grado di soddisfare i bisogni di base dei figli minori; tuttavia è più del doppio, circa l’11 per cento, la percentuale di minori che soffre di deprivazione per quanto riguarda il cibo o l’abbigliamento e circa il 36 per cento per quanto riguarda condizioni educative, o di tempo libero e di relazioni sociali. Non sorprendentemente, la situazione peggiore riguardo all’alimentazione (consumo di frutta e verdura e di proteine) e all’abbigliamento (scarpe e vestiti) si trova nei paesi più poveri dell’Est europeo, Bulgaria e Romania (dove più non possono eliminare del tutto gli effetti di questo squilibrio numerico.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in “Campi del sapere” marzo 2015

Tratto da Chiara Saraceno, Il lavoro non basta, Feltrinelli, pp. 138, euro 15

Chiara Saraceno, tra i maggiori esponenti della Sociologia italiana, è stata ordinario di Sociologia della famiglia all’Università di Torino e professore presso il Centro di ricerca sociale di Berlino. Attualmente è honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino. Si è occupata principalmente di questione femminile, sociologia della famiglia, sistemi di welfare e studi sulla povertà. È tra l’altro editorialista di “la Repubblica”. Tra le sue opere più recenti ricordiamo: I nuovi poveri. Politiche per le diseguaglianze (con Pierluigi Dovis; Codice, 2011), Cittadini a metà. Come hanno rubato i diritti degli italiani (Rizzoli, 2011). Feltrinelli ha pubblicato Coppie e famiglia. Non è questione di natura (2012).

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