Petrolio in altalena e opportunità di ripresa

Un pozzo petrolifero - Foto: Getty
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Le divisioni tra i paesi produttori hanno spinto verso il basso il prezzo del greggio. Un'occasione in più per il rilancio  dell'economia italiana, che trova spazio negli investimenti in infrastrutture delle realtà terze come la Norvegia

Far ripartire l'economia reale. È questo l'obiettivo esplicito e il definitivo banco di prova per governi europei e per la stessa Bce di Mario Draghi. Per raggiungerlo negli ultimi mesi si sono azionate tutte le leve possibili: dalle riforme dei mercati interni, all'azzeramento dei tassi d'interesse per le banche, alle ripetute e ingenti iniezioni di liquidità, ultimo dei quali il QE partito a marzo che ha spinto i mercati a cancellare la crisi e toccare valori record.
Azione intensa che, stando alle parole del numero uno dell'Eurotower, sta iniziando a dare i suoi frutti.
A favorire questa ripresina un ulteriore elemento: il basso costo del petrolio, che nonostante la debolezza dell'euro, va ad alleggerire la bolletta energetica delle imprese del vecchio continente (perlopiù ancora dipendenti energeticamente dalle importazioni)

Crollato il prezzo del petrolio - Stando ai rilievi dell'Unione petrolifera , il barile a 60 dollari ha permesso all'Italia di fermare il contatore della bolletta energetica 2014 a 45 miliardi. 11 meno rispetto all'anno prima. E il trend dovrebbe riflettersi anche nei conti di quest'anno. In pochi mesi il prezzo del barile di greggio è sceso da 100 dollari di luglio ai 40 di inizio 2015.



Costo del greggio sceso per concorrenza tra produttori
- Fra le cause, lo scontro frontale fra paesi produttori, con un'aperta guerra di prezzo per estromettere dal mercato i concorrenti. Concorrenza, per i paesi arabi tradizionalmente primi fornitori al mondo, accresciuta nel recente passato dalle nuove politiche estrattive e di approvvigionamento degli Stati Uniti. Semplificando, da un lato gli Usa hanno ridefinito le loro strategie, ricorrendo in misura sempre maggiore a fonti interne (ad esempio lo Shale Oil), dall'altro Paesi Opec hanno risposto con una strategia di produzione che, garantendo livelli di fornitura pressoché immutati a fronte di richiesta in calo (anche per la minor domanda dovuta al calo della produzione per la crisi delle economie europee e del rallentamento cinese) ha avuto come effetto proprio il crollo dei prezzi. Così facendo, per gli stessi paesi occidentali, Usa inclusi, può diventare più conveniente comprare il greggio e posticipare (o annullare) gli investimenti per garantirsi una produzione autonoma.

Opec diviso tra falchi e colombe - Strategia che ha avuto due effetti: dal un lato una profonda divisione nell’Opec stesso, coi “falchi” sauditi a spingere per pompare petrolio e le “colombe” come Iran e paesi sudamericani che, per ragioni di bilancio interno, vorrebbero un aumento dei prezzi. Dall’altro un ripensamento nella strategia di approvvigionamento delle realtà concorrenti: negli Stati Uniti, nell’ultimo anno, sono stati chiusi quasi la metà dei campi di estrazione. E molte realtà terze a questo scontro si trovano coinvolte nel “conflitto”, chiamate a rivedere le proprie strategie politiche ed economiche per far fronte a questi scossoni.

Il ruolo della Norvegia - E’ il caso, in Europa, della Norvegia che dal greggio trae il 21% del suo prodotto interno e la metà esatta delle esportazioni. Negli anni, grazie a questa forza,  il paese scandinavo è riuscito a creare uno dei più celebri modelli di stato sociale del pianeta. Per ammortizzare le oscillazioni dei prezzi del greggio (non certo una novità dell’ultimo anno), nel 1990 è stato creato il Government Pension Fund : un fondo sovrano, amministrato dalla Banca di Norvegia, che gestisce gli introiti delle vendite del greggio. Fondo che dispone di una potenza economica vicina ai 1000 miliardi di dollari e rapidamente è diventato fra i primi player dei mercati mondiali. A inizio 2015 gli investimenti in Italia del Fondo di Oslo ammontano a 4,7 miliardi in partecipazioni azionarie e 6,3 miliardi in obbligazioni, di cui 4,2 in titoli di Stato. Parallelamente a questo sviluppo nelle partecipazioni all'estero, il Governo norvegese ha varato una spending review mirata all’ottimizzazione del sistema infrastrutturale, dai trasporti su strada e rotaia alle reti di trasmissione elettriche.

Le possibilità italiane nel Paese scandinavo
- Mercato particolarmente ricco, in cui le aziende italiane possono giocare un ruolo di primo piano. Realtà alla quale non si sono affacciate solo le grandi industrie del mondo del petrolio come Eni o Saipem, o dell’energia come Edison, ma anche numerose piccole medie imprese rappresentative di eccellenze nei loro settori di competenza, da Mapei a Flos, passando per la bresciana Rebaioli che, oltre a importanti contratti per la costruzione di linee elettriche, si è fatta conoscere sponsorizzando la tappa di coppa del mondo di sci di fondo e salto con gli sci dello scorso marzo, nel tempio norvegese dello sport invernale di Holmenkollen. Un mercato che si apre anche per le aziende di servizi, chiamate a creare ponti e semplificare lo sbarco in Norvegia per le Pmi italiane “E’ fondamentale guardare a questi mercati - afferma Fulvio Mastrangelo, fondatore di Silt, una delle prime realtà italiane che si fa carico di assistere le Pmi italiane nelle relazioni con le autorità norvegesi - che possono garantire sviluppo per il business e ricavi alle nostre eccellenze, per questo abbiamo creato piattaforme di dialogo con le istituzioni norvegesi. Sono investitori attenti, con un’ottica di lungo periodo ed è fondamentale, perciò, che le nostre aziende si presentino preparate alla sfida e pronte”.

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