Giappone, brusco stop: Pil - 1,7% nel secondo trimestre

Giappone, il Pil del secondo trimestre è diminuito bruscamente
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E’ il calo peggiore dallo Tsunami del 2011. Il prodotto interno lordo scende anche del 6,8% su base annua. A incidere in modo rilevante è stato il crollo dei consumi (-5%), dovuto all'aumento dell'Iva

di Vittorio Eboli

Il brusco stop di un’economia “lontana” come quella giapponese può avere riflessi anche sul dibattito politico nell’Unione Europea, perché può riacutizzare lo scontro tra i fautori dell’austerità e chi spinge per avere più crescita.

Pil -6,8% su base annuale - In Giappone, il prodotto interno lordo del secondo trimestre è diminuito bruscamente: dell'1,7% rispetto ai primi tre mesi dell’anno (dato congiunturale) e del 6,8% su base annua (dato tendenziale). E’ il calo peggiore dallo Tsunami che investì la costa nord-orientale del paese nel marzo 2011, provocando anche l’incidente nucleare alla centrale di Fukushima.
A incidere in modo rilevante, se non esclusivo, è stato il crollo dei consumi (-5%), dovuto all'aumento dell'Iva, passata dal 5% all'8% dal primo aprile, e che dovrebbe salire al 10% nel 2015 (ma una decisione in tal senso sarà presa in autunno). Un incremento della tassazione sulle vendite (per la prima volta dal 1997) che ha, come da attese, indotto le famiglie giapponesi a spendere di meno (la riduzione della spesa è del 19%), ma che non spaventa il primo ministro Shinzo Abe, secondo cui una riduzione temporanea della domanda interna è un costo accettabile per sistemare le finanze pubbliche.

Le polemiche sull'Abenomics - E su questo punto si sviluppa il dibattito a livello locale e internazionale da un anno e mezzo (dal suo ritorno al potere, Natale 2012): con la sua politica ultra-espansiva, basata su forte spesa pubblica, incentivi agli investimenti privati e tanta liquidità immessa dalla banca centrale per deprezzare lo yen e favorire le esportazioni – la cosiddetta “Abenomics” -, l’attuale governo ha puntato tutto sulla ripartenza della crescita, stagnante in Giappone da ormai un ventennio, anche a scapito della salute dei conti pubblici (un esempio su tutti: il rapporto debito/Pil, storicamente già alto, è esploso al 236%). “Una specie di doping”, è stata l’accusa mossa dalle parti di Berlino e non solo, “utile sul breve periodo ma insostenibile sul lungo termine”.

Aumento dell'Iva - In effetti, il primo trimestre dell’anno ha visto il Pil di Tokyo crescere del 6,1% rispetto ai primi tre mesi dell’anno precedente, numeri che il Giappone non vedeva dal boom della ricostruzione postbellica, e questa sbornia da ritrovata competitività (fondata in parte rilevante sulle esportazioni) ha fatto scivolare in secondo piano la buona tenuta dei conti pubblici. Per rimetterli un po’ in ordine, Abe ha pestato il piede sulla tassazione che più incide sui consumi, quella sull’Iva (tradizionalmente molto bassa, da quelle parti), mettendo in conto una frenata brusca ma forse non ripetibile della sua politica ultra-aggressiva.  Se si tratti di un pit-stop momentaneo o di una duratura inversione di tendenza, lo diranno i numeri dei prossimi trimestri. Il dibattito, non solo a Tokyo, è aperto.


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