Made in Italy, fiducia dagli investitori internazionali

Il palazzo della Borsa Italiana
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Rendimenti dei titoli di Stato ai minimi storici e nuovi investimenti nelle aziende italiane: ecco i primi segnali di ripresa anche per l'economia reale

di Federico Leardini

Made in Italy, basta la parola. Pur nel suo momento più complesso sul fronte dell'economia reale, il nostro paese rimane una vera e propria calamita per gli investitori.
“L’Italia ha ottime aziende e grandi professionalità e per gli investitori, specialmente quelli internazionali, questo è un mix interessantissimo” spiega Carlo Daveri, fondatore e presidente di Dvr Capital, merchant Bank milanese che dal 2008 ha operato 50 operazioni di fusione e acquisizione società italiane e cura l’attività di advisory per le operazioni nel nostro Paese di grandi fondi internazionali.
L’attenzione dei grandi capitali non si limita ad aziende come Eni o Enel, o alle banche di Piazza Affari, anzi.
Da inizio 2011 sono state quasi 200 le operazioni di fusione e acquisizione operate da aziende straniere in Italia, con 54 miliardi di euro investiti per trarre profitto dal know how e dai prodotti di punta delle eccellenze italiane.

A cosa guardano gli investitori internazionali
- Il lusso rimane il settore d’elezione, con operazioni come quelle di Krizia e Loro Piana, passando per Poltrona Frau per arrivare alla pasticceria Cova, che hanno attratto l’attenzione dei media in tutto il mondo.
Ma non solo.
Il momento economico del nostro Paese propone una valutazione delle imprese relativamente a sconto, rispetto ai competitor di mercati come Germania o Gran Bretagna.
Quasi tutti i settori produttivi della manifattura presentano eccellenze che possono far gola all’estero, ma i criteri d’investimento restano molto selettivi.
Col mercato interno che presenta tassi di crescita limitatissimi, uno degli aspetti fondamentali per gli investitori è che l’azienda abbia una buona presenza all’estero, in termini di quota di mercato che di appeal per i clienti, in un’ottica di ulteriore sviluppo del marchio.

Qual è il vantaggio per l’impresa italiana, in queste operazioni -  Il primo, evidente, è la possibilità di disporre di capitali per promuovere le proprie strategie di crescita industriale e di ricerca (secondo uno studio Prometeia il 24% degli investimenti in ricerca e sviluppo operati in Italia è ad opera di multinazionali).
Ma c’è un secondo aspetto, più pratico e inscindibile dal primo, da non sottovalutare: il volano rappresentato dal presentarsi su mercati in forte espansione, ma distanti da “casa” con un grande investitore internazionale come partner.
In termini estremamente pratici, “al momento di negoziare gli spazi commerciali in una shopping mall in economie come quelle degli Emirati, a grandissima capacità di spesa, essere “introdotti” da un grande investitore può favorire il posizionamento del proprio store accanto ai negozi dei top brand internazionali. E questo fornisce un beneficio d’immagine enorme, che si riflette naturalmente in una crescita dei profitti e della popolarità del marchio” suggerisce Carlo Daveri.
Sfruttare perciò il prestigio di un nome noto in tutto il mondo per farsi conoscere e apprezzare.
E sfruttare i riflessi che tutto ciò può dare in termini economici, ovviamente.
Simbiosi perfetta, che non risente della bandiera d’origine dei fondi.
“Un aspetto fondamentale da ricordare è la distinzione fra capitale e azienda. Il capitale investito può avere qualsiasi nazionalità. Alla base dell’investimento c’è la convinzione nella bontà del prodotto” conclude il Presidente di DVR Capital.

Le obiezioni e i timori - Perderemo “Italianità”, delocalizzeranno le imprese, perderemo lavoro…
Queste alcune delle principali voci “contro” l’internazionalizzazione delle imprese italiane.
Tesi suggestive, quanto insostenibili dal punto di vista statistico, dal momento che "sebbene si siano registrati investimenti volti esclusivamente all'acquisizione del marchio, nella maggior parte dei casi queste operazioni hanno generato benefici reali per le aziende italiane" afferma Alessandra Lanza, responsabile delle Strategie Industriali e Territoriali di Prometeia.
I numeri parlano di incrementi (nel periodo che va dagli anni 90 ad oggi) della produttività (+1,4% l’anno), del fatturato (+2,8%) e soprattutto dell'occupazione (+2%) per i gruppi oggetto di investimenti diretti dall'estero.
Più delicato il tema della regolamentazione degli investimenti e dei vincoli che questi possono portare.
“Obiettivo degli sforzi politici deve essere, e sembra sia, portare l’Italia al passo delle best practice europee” secondo Lanza “colmando un gap preesistente in termini di chiarezza sul fronte normativo e occupazionale, per favorire l’internazionalizzazione delle nostre imprese e il loro rilancio”.

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