Spread ancora giù. Le voci sulla Bce infiammano i mercati

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Continuano i record per il nostro mercato dei titoli di Stato. Il differenziale torna a 160 punti, non succedeva dal 2011. Il mercato scommette su un intervento da 1000 miliardi di Euro da parte di Mario Draghi

di Federico Leardini

Spread a 160 punti: pochissimi, se pensiamo ai giorni neri della crisi dei mercati, nel novembre 2011. Due anni e mezzo che sembrano un’eternità, guardando ai mercati. Più vicini, purtroppo, se osserviamo gli indicatori dell’economia reale. Ma proprio dai mercati potrebbe arrivare l’aiuto necessario alla ripresa. Un minor costo del rifinanziamento del debito pubblico, infatti, garantirebbe parte delle coperture su cui fa affidamento il Governo Renzi per le riforme.

Spread ai minimi -
Il Primo Ministro Matteo Renzi, nella recente visita a Bruxelles, ha espresso grande entusiasmo per l’accorciamento del differenziale con la Germania. Un dato che fotografa il ritorno di fiducia dei mercati e dei grandi investitori verso il nostro Paese e cancella quegli spettri d’insolvenza sul debito che erano arrivati ad aleggiare sulla nostra economia. Spread che richiede, comunque, di essere contestualizzato in un quadro europeo di ritorno degli investimenti verso le periferie. Di distensione generalizzata, cioè, rispetto ai giorni in cui il solo Bund tedesco sembrava potesse garantire sicurezza e i grandi investitori accettavano passivi importanti pur di liberarsi dei titoli dell’Europa mediterranea. Così, parallelamente a una discesa del nostro differenziale con Berlino, si registra una contrazione netta anche per Spagna, Portogallo, Irlanda e, soprattutto, Grecia.

Le ragioni del calo -
Calo dovuto, in parte alle manovre di revisione strutturale delle economie dei Piigs (l’acronimo che identificava i paesi europei a rischio: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), in parte alle strategie operative e comunicative della Bce di Mario Draghi. Sin dai primi giorni del suo mandato, proprio nel novembre 2011, il numero uno dell’Eurotower ha cercato di mettere al riparo dalla speculazione i titoli dei paesi mediterranei, attirando da un lato le critiche dell’opinione pubblica dell’Europa “forte” (Germania in primis) ma garantendo, dall’altro, il riparo da potenziali shock finanziari, a tutto vantaggio dell’azione politica nazionale.
In questa direzione sono andati, per fare un esempio, gli Ltro (finanziamenti a lungo termine per le banche) e la stessa funzione ha la retorica del “whatever it takes” che dal luglio 2012 connota le conferenze stampa della Banca Centrale europea. Da ultimo, l’apertura al Quantitative Easing della Bce, (su cui iniziano anche a circolare le prime stime, avanzate dalla rivista tedesca Faz, che parla di 1000 miliardi) che ha stupito i mercati e abbattuto ulteriormente il differenziale. Strategie efficaci, come confermano i numeri. Ma i numeri a cui il Tesoro guarda, non sono tanto quelli dello Spread, quanto quelli dei rendimenti dei titoli di Stato.

Bot e Btp -
Lo Spread rappresenta infatti il solo differenziale di costo che un paese deve pagare in interessi per farsi prestare soldi dal mercato. Ciò che conta, nei bilanci di uno Stato, è il tasso d’interesse pagato per collocare il debito, ossia il rendimento. Un differenziale a 160, infatti, non significa necessariamente un gran vantaggio per la nostra economia: se la crisi avesse toccato anche la Germania, potremmo vedere uno Spread a questi livelli con rendimenti tedeschi al 6% e i nostri immobili ai record negativi del novembre 2011. Fortunatamente non è così. La Germania continua ad essere considerata il porto sicuro per gli investimenti, ma il costo del rifinanziamento del debito italiano è più che dimezzato. Si è passati così dal 7,5% sui dieci anni (del novembre 2011) al 3,2% di questi giorni, che in termini di soli interessi significa pagare 320 milioni di Euro per 10 miliardi di debito emesso, rispetto a 750 milioni. Analoga la dinamica che si è vista sui titoli a minor scadenza, dai 6-12 mesi ai 2 e 5 anni. Evidente il vantaggio economico. Ed è proprio su questi numeri che si costruiscono parte delle stime di copertura delle riforme proposte dal Governo.

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