Bce, i mercati attendono segnali forti da Mario Draghi

Il governatore della Bce Mario Draghi
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Dopo le azioni degli ultimi mesi, come il taglio ai minimi storici dei tassi d’interesse, il governatore è chiamato ancora una volta a supplire alla lentezza dell’azione delle altre istituzioni dell’Eurozona

di Federico Leardini

Cresce l’attesa del mercato per le decisioni della Bce (giovedì 3 aprile si riunisce il direttivo a Francoforte, ndr), in un contesto economico che, al di là di qualche timido segnale di ripresa, continua a preoccupare.
Dopo le azioni degli ultimi mesi, come il taglio ai minimi storici dei tassi d’interesse, all’arco del governatore Mario Draghi rimane un numero limitato di frecce, e sono tre i principali nemici da affrontare.

Deflazione - Il calo dei prezzi al consumo è un dato particolarmente allarmante per gli economisti, preoccupati dal fatto che si possa avere un riflesso sulla domanda dei beni e dei servizi (dal momento che si posticipano gli acquisti in attesa di nuovi cali del prezzo del bene) e a cascata in un calo della produzione e della crescita generale.
Per contrastare questo circolo vizioso, alle prime serie avvisaglie di disinflazione (il rallentamento dell’inflazione) viste a ottobre scorso, la Bce decise di portare i tassi al minimo storico dello 0,25%
Dopo 5 mesi, il tasso d’inflazione dell’Eurozona è ulteriormente calato (0,5% in marzo) e “la Bce vede crescere la pressione per azioni ancora più forti”, come suggerisce il capo economista per l’Europa di IHS Global Insight, Howard Archer.

Euro forte - Da un paio di mesi l’euro scambia attorno a 1,35 sul dollaro Usa. Livelli pre-crisi, a fronte di una produzione industriale europea ancora zoppicante. Sebbene un euro forte garantisca un vantaggio economico nel momento in cui le comprano materie prime prezzate in altre valute, da contro, rappresenta un potenziale ostacolo nel momento di vendere: il prezzo del prodotto finito, infatti, sconta un difetto di competitività dal momento che al prezzo di produzione si deve aggiungere il cambio sfavorevole.
Nell’ultima riunione Bce si è fatto riferimento al tema e oggi “la Bce deve far seguito alle parole con misure credibili” come afferma l’economista di Societe Generale, Anatoli Annenkov

Credit Crunch - Il credit crunch, ovvero la scarsità di prestiti dalle banche alle industrie, è tornato ad essere  fra le principali preoccupazioni nell’euroarea. Al momento il dato statistico è allarmante, con un calo mensile dei presiti superiore al 2% sia a gennaio che a febbraio, rispetto all’anno scorso. La Bce sta studiando strumenti per “disincentivare” le banche a parcheggiare capitali in investimenti senza contatto con l’economia reale. Un esempio è l’adozione di tassi negativi sui depositi. Significa far pagare alle banche il deposito di liquidità presso la Bce (oggi non ricevono interessi, diversamente dal passato, ma almeno hanno i loro capitali al sicuro), di modo da favorire la circolazione e “usi alternativi” di questi capitali.
La speranza è che fra gli “usi alternativi” rientri (e sia predominante) l’erogazione di prestiti alle imprese e al settore privato.

Cosa può fare la Bce - Le manovre finora adottate hanno dato frutti ottimi sui mercati, che hanno toccato record storici o pluriennali in quasi tutte le piazze del Vecchio Continente. Minori, come testimoniano le statistiche, i successi sul fronte economia reale. Ad oggi i margini d’azione sul fronte dei tassi d’interesse è limitato e non sembra essere stato risolutivo il ricorso a operazioni di rifinanziamento delle banche a lungo termine e tassi ultra accomodanti: gli LTRO. L’idea di rendere onerosi i depositi presso la Bce potrebbe essere una soluzione, ma ci sono dubbi sia sul fronte della reale efficacia dell’operazione che sulla potenziale ricaduta sui risparmiatori di tale decisione.
Stando a uno studio della banca Usa JP Morgan se i tassi di deposito fossero portati a -0,25% (cioè le banche dovessero pagare lo 0,25% sui capitali depositati) il costo per i grandi istituti di credito dei paesi del centro Europa sarebbe superiore ai 2 miliardi di euro l’anno.
Il timore è questa spesa possa, in un secondo momento, essere ammortizzata con un aumento dei  tassi di prestito richiesti a privati e famiglie.
Fra le altre azioni non convenzionali di recente ha preso piede l’idea di un Quantitative Easing, ossia l’acquisto diretto di asset bancari (anche titoli di stato) da parte della Bce.

Tocca a Draghi - Ma, sebbene le aperture a sorpresa arrivate nelle ultime settimane da parte di “falchi” come il presidente della Bundesbank (la banca centrale tedesca) Jens Weidmann, non sembra realistico credere che operazioni così onerose possano essere annunciate in così breve tempo.
Stanti anche i permanenti dubbi sui limiti d’azione che vincolano la stessa Eurotower, come il recente caso della querelle con la Corte Costituzionale tedesca insegna.
Rimane però la necessità di dare un segnale forte al mercato, con Draghi chiamato a supplire alla lentezza dell’azione delle altre istituzioni dell’Eurozona, con un occhio attento anche ai riflessi sull’equilibrio politico continentale in vista delle prossime elezioni Europee di fine maggio.

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