I miei dati personali? Li metto in vendita online

“Tutti i nostri dati ci appartengono” dice il cartello esposto in una protesta in Germania dopo la scoperta del programma Prism. Credits: Getty
1' di lettura

Il datagate ha riportato l’attenzione sulle informazioni private scambiate da governi e corporation. In tutta risposta, ecco arrivare una serie di servizi che vogliono ridare all’utente maggiore controllo. E anche qualche forma di ricompensa economica

di Nicola Bruno

Vendere i propri dati personali. E guadagnarci. Così come fanno i colossi del web che hanno costruito imperi finanziari a partire dalla raccolta e vendita di informazioni sui propri iscritti. Proprio nel mezzo del datagate, lo scandalo sulle intercettazioni del traffico web ad opera dall’agenzia statunitense NSA, torna d’attualità il dibattito sul controllo dei dati personali. Se, da una parte, si aprono nuove opportunità di business per chi offre più privacy e sicurezza, dall’altra c’è anche chi sta iniziando a esplorare le possibilità di monetizzazione per gli utenti. Ecco quindi arrivare diversi nuovi servizi che, come scrivono Technology Review e Fast Company, provano a convincerci che anche noi possiamo prendere parte al business multi-miliardario dei dati online.


Reputation.com - Verrà lanciato nei prossimi mesi da Reputation.com (noto servizio per la gestione della reputazione online che già conta 1 milione di iscritti) e, come ha spiegato il Ceo Michael Fertik, permetterà a chiunque di cedere i dati personali a specifiche società, in cambio di sconti e altri benefici. Ad esempio, alle compagnie fanno molto gola le informazioni sul reddito dei propri clienti, dal momento che spesso spendono miliardi di dollari in campagne pubblicitarie online, senza però raggiungere il destinatario giusto. Conoscere meglio quanto guadagna un manager, ad esempio, potrebbe aiutare a offrire un programma di fidelizzazione più mirato. Dal canto loro, gli utenti avrebbero maggiore trasparenza sul trattamento dei propri dati.

 

Personal.com - Punta invece a dare una vera e propria ricompensa economica Personal.com, servizio che permette di conservare in un unico luogo tutti i propri dati personali (come le password della banca o i codici dell’assicurazione). Queste informazioni possono avere un valore economico molto elevato, come ad esempio nel caso del leasing della macchina che sta per scadere: “Solo una compagnia conosce la data di scadenza. Ma molte altre pagherebbero centinaia di dollari per convincerti a comprare una nuova auto”, ha spiegato il fondatore. Per questo motivo, Personal.com sta ora sviluppando una serie di funzionalità che permetteranno agli utenti di selezionare le compagnie con cui condividere i propri dati. Una primo demo è già disponibile sul sito Car and Driver: accedendo con le credenziali di Personal.com si passano in automatico alcune informazioni personali (come il tipo di veicolo che si possiede) e in cambio si ottengono sconti e offerti.

 

Teckler.com - Si rivolge per lo più ai creatori di contenuti digitali Teckler, servizio andato online nei mesi scorsi che si presenta come una piattaforma per la condivisione di video, foto o testi. Con la differenza rispetto a Facebook, YouTube e gli altri servizi solitamente utilizzati per pubblicizzare i lavori creativi, che qui si dividono i guadagni pubblicitari: 70% al creatore, 30% a Teckler (così come fa Apple con i produttori di app). “Con questo modello stiamo mandando in frantumi un paradigma”, ha spiegato il fondatore del servizio. Fino ad ora, infatti, YouTube e altri colossi del web dividevano i guadagni pubblicitari solo con grandi compagnie o “power user”. Teckler punta invece a dare a chiunque questa possibilità.

 

Quanto valgono i nostri dati? - Eppure, secondo un’indagine condotta lo scorso giugno dal Financial Times il valore dei nostri dati personali non è così alto come si possa credere, almeno se li si prende individualmente. Ad esempio, informazioni di base come il nome, l’età e il luogo in cui si vive vengono scambiate a 0,0005 centesimi di dollaro (ne servono 1000, quindi, per totalizzare 50 centesimi di dollaro). E’ difficile, quindi, intravedere un valore economico considerevole per i singoli utenti; ci può essere solo per chi tratta queste informazioni in grandi volumi. C’è poi un’altra questione da non sottovalutare: “Lo sforzo per gestire i dati personali potrebbe essere percepito come troppo grande rispetto ai benefici che ne possono derivare”, sottolinea Peter Fader, docente alla Wharton School of Business dell’Università della Pennsylvania. E questo è vero soprattutto se, come spiega il FInancial Times, alla fine i nostri dati - presi singolarmente - valgono davvero troppo poco.

Leggi tutto