Zuckerberg e gli altri, quando la Silicon Valley fa politica

Mark Zuckerberg - Getty Images
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Il fondatore di Facebook pronto a lanciare un gruppo di pressione per promuovere riforme a lui molto care: dall'immigrazione all'educazione. Insieme a lui ex compagni di università e grossi nomi del settore hi-tech

di Raffaele Mastrolonardo

Il prossimo annuncio di Mark Zuckerberg non sarà un nuovo motore di ricerca social e nemmeno un nuovo look per la pagina degli aggiornamenti. Avrà a che fare con la tecnologia, ma non con le funzionalità di Facebook, almeno non direttamente. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal, infatti, il 28enne fondatore del “libro delle facce” è pronto a darsi, nientemeno, che alla politica. Non nel senso che sta per candidarsi a qualche carica elettiva, quello no, ma nella determinazione a cercare di influenzare di più e meglio le decisioni prese a Washington. Secondo il quotidiano finanziario, il giovane milionario sta lavorando a un gruppo di pressione che, a suon di campagne, possa sensibilizzare i policy makers su alcuni temi a lui cari, dalla riforma delle leggi sull'immigrazione all'educazione. Insieme a lui nell'impresa un ex compagno di college e altri pezzi grossi della Silicon Valley. 

Compagnia di silicio - A fianco dello Zuckerberg engagé, stando alle indiscrezioni, ci sarebbero infatti Joe Green, con cui divideva la stanza ad Harvard, e una dozzina di nomi di spicco dell'hi-tech americano (a cominciare da Reid Hoffman, fondatore di Linkedin) che hanno già contribuito finanziariamente. Il gruppo, che non ha ancora un nome, punta a raccogliere 50 milioni di dollari; secondo un blog del quotidiano San Francisco Gate il contributo personale Zuckerberg sarebbe nell'ordine dei 20 milioni di dollari. L'iniziativa cade in un periodo in cui, come sottolinea il quotidiano online The Politico, il settore tecnologico sta cercando di organizzare  i propri sforzi per promuovere regole sull'immigrazione che agevolino l'approdo negli Stati Uniti di talenti dall'estero.

Hi tech in politica – In realtà non è la prima volta che Zuckerberg dimostra interesse per la politica. Nel 2010, per esempio, aveva donato 100 milioni di dollari per migliorare il sistema scolastico pubblico della città di Newark nello stato del New Jersey. Lo scorso febbraio ha ospitato presso la sua abitazione di Palo Alto un evento di raccolta fondi per Chris Christie, governatore del New Jersey, mentre nell'ultima campagna elettorale ha effettuato donazioni per 10 mila dollari. In passato, poi, ha incontrato più volte Barack Obama ospitando anche nel 2011 un incontro pubblico con il presidente presso la sede di Facebook. Ma più in generale è tutto il settore tecnologico che, da tempo, mostra attrazione verso la politica. Chris Hughes, co-fondatore di Facebook, è stato uno degli artefici della strategia digitale di Obama nella sua prima campagna per la Casa Bianca e oggi, editore del magazine The New Republic, è molto attivo nella battaglia per i diritti degli omosessuali. Anche Sheryl Sandberg, numero due del social network e già capo di gabinetto al ministero del Tesoro, ha organizzato eventi nella Silicon Valley per il presidente e l'ex ministro del Tesoro Timothy Geithner. Inoltre, con il suo ultimo libro, è diventata una protagonista del dibattito americano sulla condizione delle donne nel mondo del lavoro. Pure Eric Schmidt, presidente di Google, è ormai un grande frequentatore della politica federale e locale per conto del motore di ricerca. Ma quello che sembra puntare al salto più ambizioso è Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter. In una recente intervista televisiva ha confermato che il suo sogno è diventare sindaco di New York. Un desiderio che aveva già espresso in passato insieme alla sua ammirazione, ricambiata, per Michael Bloomberg, l'attuale primo cittadino della città. Ma al di là delle scelte individuali, come è stato osservato, sembra arrivato il momento in cui la comunità tecnologica, consapevole della sua influenza economica e culturale inizia a percepirsi come “una forza politica” in grado di competere – e vincere – contro altri settori che ogni anno spendono cifre ingenti in attività di lobby.



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