Instagram fa marcia indietro: le foto non sono in vendita

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Dopo i cambiamenti dei giorni scorsi e le tante proteste scoppiate online, Kevin Systrom, co-fondatore della popolare app, ha pubblicato un post per spiegare che i termini di servizio verranno riformulati

di Raffaele Mastrolonardo

“Grazie, vi ascoltiamo”. Il titolo suona conciliante e pure il resto: “Ci impegniamo a fare di più per rispondere alle vostre domande, correggere gli errori e eliminare la confusione”. Queste parole, pubblicate sul blog aziendale martedì scorso, sono di Kevin Systrom, co-fondatore e amministratore delegato di Instagram, la popolare applicazione per la condivisione di foto di proprietà di Facebook. Il numero uno della società le ha messe nero su bianco dopo che gli utenti del social network avevano reagito con rabbia e minacce di boicottaggio ai cambiamenti ai termini di servizio e alle regole sulla privacy annunciati solo il giorno prima. Dunque, tante scuse e marcia indietro, almeno lessicale. Per fugare ogni dubbio sulle intenzioni della società (che, a suo parere, sono state male interpretate) Systrom ha infatti specificato che i passaggi che hanno indotto “confusione” saranno modificati o cancellati. “Stiamo lavorando a migliorare il linguaggio in modo che sia più chiaro”, ha scritto, per poi aggiungere: “Rimuoveremo le frasi che hanno fatto sollevare la questione”. Insomma, mano tesa e promessa di maggiore attenzione in futuro. Anche se, come è già successo in passato ad altri social network, l'episodio è un'ulteriore conferma del difficile equilibrio tra le esigenze di chi possiede queste piattaforme e quelle di chi le usa.

La questione
– Ma qual è l'oggetto del contendere che ha fatto infuriare gli utenti e, nel giro di 24 ore, indotto Instagram a intervenire per placare la tempesta? A suscitare le preoccupazioni degli instagrammers è stato, in particolare, un passaggio relativo alla pubblicità. Nei nuovi termini di servizio – che entreranno in vigore il prossimo 16 gennaio – è infatti presente il seguente paragrafo: “Per aiutarci a fornire promozioni o contenuto pagato o promozionale che sia interessante, accetti che un'azienda o un'altra entità possa pagarci per mostrare il tuo nome utente, la tua immagine, le tue foto [...] in connessione con contenuti o promozioni pagate o sponsorizzate senza che ti sia dovuto alcun compenso”. In sostanza, si sancisce che una foto potrebbe essere utilizzata per promuovere qualcosa sull'applicazione o, magari, su Facebook visto che una maggiore integrazione con il social network è proprio uno degli obiettivi delle nuove regole in assonanza con quelle da poco votate dal “libro delle facce”. In realtà, secondo alcuni osservatori già ora, in virtù delle vecchie regole, Instagram avrebbe il diritto di associare un'immagine pubblicata tramite la app ad un contenuto commerciale. Anzi, la normativa attuale concederebbe al servizio più libertà, mentre le nuove politiche si limitano a circoscrivere meglio la questione introducendo delle limitazioni a beneficio dell'utente (per esempio, il divieto di modifica dell'opera).

La protesta – La nuova formulazione avrebbe dunque esplicitato alcuni aspetti della relazione tra Instagram e chi la usa che, evidentemente, non erano però del tutto chiari. Di qui l'intervento in prima persona di Systrom per placare gli animi che si erano scatenati soprattutto su Twitter dove l'hashtag #BoycottInstagram ha raggiunto una certa popolarità con vari utenti che si dicevano pronti all'abbandono. Con il passare delle ore il malumore ha guadagnato consenso virtuale e sui media specializzati sono comparse le prime guide su come andarsene da Instagram portandosi via le proprie foto. Al coro di rivolta si sono inoltre uniti alcuni attivisti legati al gruppo hacker Anonymous.


I precedenti – Resta ora da capire se il pronunciamento dell'amministratore delegato della società, che ha anche confermato che la proprietà delle foto resta in capo gli utenti, rasserenerà gli animi. Di certo per Instagram si tratta di una difficile prova in un contesto in cui la concorrenza, a partire da quella di Twitter, si fa più serrata. Come hanno dimostrato più volte le polemiche relative alle politiche della privacy di Facebook, gli utenti dei servizi online possono essere molto sensibili a questioni che riguardano la riservatezza personale, il controllo di ciò che pubblicano e la possibilità di indirizzare il futuro della piattaforma. Anche se la scarsa partecipazione al referendum indetto da Facebook potrebbe indicare pure il contario. Il caso di Digg, servizio di condivisione di notizie che fino a qualche anno fa era considerato una star del web e che ora è quasi irrilevante, è lì a dimostrarlo. In questo caso, gli utenti hanno più volte contestato, poco ascoltati, le modifiche introdotte al servizio. Certo non solo per questo alla fine hanno preferito partire per altri lidi digitali.

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