In Italia falliscono 32 aziende al giorno. Boom in Lombardia

La Frattini di Seriate, in provincia di Bergamo, un'azienda edile fallita. 190 i lavoratori rimasti senza un posto. Foto: Francesco Cito
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Nel 2012 hanno portato i libri in tribunale 9608 imprese. La provincia più colpita è Milano. Seguono Roma, Torino e Napoli. Il direttore dell’Ocri Danovi: “E’ un Paese che torna indietro, come produzione e competitività siamo ai livelli degli anni ‘80”

di Chiara Ribichini

Ogni giorno 32 aziende portano i libri in tribunale. Dal 1 gennaio al 20 ottobre i fascicoli depositati sono stati 9608. Di questi 2105 nella sola Lombardia (LA MAPPA). Sono i numeri della crisi, di un’Italia che non ce la fa. Di migliaia di imprese costrette ad aprire una procedura fallimentare. Procedura che, va precisato, non è detto che si chiuda con un fallimento vero e proprio. I numeri, elaborazioni Unioncamere su dati del registro delle Imprese, fotografano un Paese in difficoltà da Nord a Sud. Dopo la Lombardia, in cui si concentrano il 22% dei cosiddetti fallimenti, la seconda regione con il più alto numero di imprese che hanno portato i libri in tribunale è il Lazio con 1031 aziende (circa il 10,7%). Seguono la Campania (764 imprese, pari al 7,9%) e il Veneto (760 in numero assoluto, 7,9% in percentuale). Ultime della lista dei fallimenti le regioni più piccole come la Valle d’Aosta (0,16%) e il Molise (0,3%). Restringendo il campo alle singole province la situazione più critica si registra a Milano, con 977 casi pari a più del 10% del totale. Al secondo posto Roma, con 828 aziende, poi Torino (481), Napoli (418), Firenze (230) e ancora la Lombardia con Brescia (233) e Bergamo (215).

“La Lombardia è la regione che soffre di più perché ha tante imprese. Ma la crisi è generalizzata. Siamo un Paese in piena recessione e le aziende più deboli finanziariamente soccombono” osserva Alessandro Danovi , direttore dell’Osservatorio Crisi e risanamento d’impresa (Ocri) dell’Università Bocconi di Milano e dell’Università di Bergamo. “La colpa è del cosiddetto effetto domino: i clienti non pagano più perché non hanno liquidità e di conseguenza gli imprenditori non riescono a pagare i fornitori”. Da qui i debiti che sono all’origine dei fallimenti. Ma non è solo un problema di soldi che non girano. Dietro le difficoltà economiche di un’azienda si nascondono anche motivi legati a una politica industriale. E a un’Italia che sta tornando indietro. “Come valori di produzione e come competitività siamo ai livelli della metà degli anni ’80. La colpa è in parte delle aziende stesse, perché non hanno saputo investire, in parte di fattori esterni. Come l’energia che nel nostro Paese le imprese pagano molto di più rispetto a quanto accade, ad esempio, in America” spiega Danovi. “C’è poi un problema legato al costo del denaro. Nel nostro Paese, in questo momento, le imprese fanno molta fatica ad ottenere dei finanziamenti dalle banche, come mostrano i dati di Bankitalia che parlano di un minimo storico, e anche quando ci riescono i tassi di interesse sono troppo alti. In Germania, al contrario, gli istituti di credito finanziano le ditte con tassi molto bassi”.

La difficoltà di ottenere finanziamenti spiega anche il perché a fallire siano soprattutto imprese edili, che sono sempre vissute nel credito non solo per vendere ma anche per costruire. “Le banche hanno smesso di erogare, i prezzi degli immobili non crescono e il mercato è completamente bloccato” sottolinea Danovi. Il commercio, il secondo settore per numero di fallimenti, risente della crisi di fiducia dei consumatori. “In un momento di difficoltà economiche si tende a rinviare gli investimenti. Il mercato auto è l’emblema di questa situazione”. A resistere in questo contesto sono in pochi. “Come le piccole multinazionali che riescono a muoversi su più mercati. Settori protetti come quello dell’energia e della autostrade, che non sono così legati a un calo della domanda, o il lusso. Gli stilisti, ad esempio, hanno capito che hanno una possibilità di crescita sui nuovi mercati, come la Cina o il Brasile. Una possibilità soprattutto di vendita perché la convenienza di andare a produrre in questi paesi non è più così forte per colpa della scarsa qualità”.

I dati sui fallimenti sono certamente un indicatore attendibile dello stato di salute economica del Paese. Va però ricordato che la legge del fallimento non contempla le piccole imprese, sotto i 30 mila euro di credito. E va anche precisato che non è detto che l’apertura di una procedura concorsuale sfoci in un fallimento. “Se a portare i libri in tribunale è il proprietario dell’impresa sicuramente l’iter giudiziario si chiuderà con un fallimento. Se è un solo creditore è possibile che si trovi un accordo con il debitore. Se sono più creditori e l’azienda è in crisi la strada può esser quella del concordato preventivo in cui il debitore propone un accordo ai creditori, che solitamente consiste nel mettere a disposizione i propri beni”. A rendere più complicato il tutto la durata delle procedure fallimentari, che in Italia hanno una media di 7 anni, con punte di 22 anni a Caltanissetta e di 17 anni a Catania. Certo è che “ogni anno sono più i fallimenti che si aprono di quelli che si chiudono” sottolinea Danovi. E negli ultimi due anni si è registrata una crescita preoccupante, specchio dell’aggravarsi della crisi economica. Secondo i dati Cribis nel 2011 si sono registrati 11.707 fallimenti, con un aumento del 4% rispetto al 2010 e del 25% rispetto al 2009. E anche lo scorso anno la Lombardia si è confermata la regione più colpita, con 2613 casi di aziende che hanno portato i libri in Tribunale.

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