Le donne e la crisi: se la parità passa anche per il denaro

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Secondo la ricerca presentata all'Italian Axa Forum, per l'85,6% delle donne i soldi sono un mezzo per realizzarsi ed emanciparsi, non un fine. E se nel 2008 solo il 43% sentiva di poter entrare in affari da sola, nel 2012 si arriva al 60,4%

di Giulia Floris

Sono le più penalizzate nel mondo del lavoro, nonostante siano più brave negli studi. Guadagnano meno degli uomini e l’accesso all’occupazione e la possibilità di far carriera restano più difficili. La fotografia delle condizione lavorativa delle donne italiane, si sa, non è incoraggiante. Eppure, nonostante la crisi, un'indagine dell’istituto Episteme presentata oggi 3 ottobre nel corso dell’Italian Axa Forum, organizzato dal gruppo assicurativo, le mostra più consapevoli e pronte ad affrontare le sfide occupazionali.

Il punto di partenza, va detto, è in salita. Basta pensare che, secondo il rapporto Ocse 'Education at a glance', mentre tra i 25-34enni le donne laureate sono il 25% contro il 16% degli uomini e più della metà dei dottorati (52%) sono assegnati a studentesse, nella la vita lavorativa i trend iniziano ad invertirsi. Ad un anno dalla laurea lavora il 59% degli uomini contro il 53% delle donne e con il tempo il distacco tende ad accentuarsi per quota di occupati e in termini retributivi e in media a 5 anni dalla laurea gli uomini, a parità di condizione contrattuale, guadagnano il 30% in più delle loro colleghe. E ancora i dati Istat mostrano per il nostro Paese un tasso di disoccupazione giovanile al 27,4%, che sale fino al 44% se riferito alle donne residenti nel Mezzogiorno e, sempre secondo i dati Istat, le donne (tra l'ufficio e la casa) lavorano un'ora e 3 minuti in più del partner, ma si arriva fino a un'ora e 15 minuti per le donne con figli.

Eppure ci sono delle specificità tipicamente femminili che rappresentano una risorsa che non andrebbe sprecata. "Solitamente, nella ricerca della parità si tende a rimuovere le differenze di genere – spiega a Sky.it la presidente di Episteme Monica Fabris - mentre l’emancipazione non è negare lo specifico femminile".  Da questo punto di partenza ha preso il via la ricerca, che ha analizzato il rapporto delle donne con il denaro e gli strumenti finanziari, per individuare le esigenze e le attitudini delle donne. E la fotografia che ne è emersa mostra una prima specificità interessante.
"Per l ’85,6% delle donne intervistate – dice Monica Fabris -  il denaro è un mezzo non un fine e, per il 56,6% delle donne contro il 36,5% degli uomini, riguarda sia la sfera dell’autonomia che quella della sicurezza". "Il denaro - continua la sociologa – è insomma non un valore assoluto, ma qualcosa che ha a che fare con l’emancipazione e la realizzazione di sé e dei propri obiettivi di vita". Così le donne, da tradizionali amministratrici del denaro della famiglia, sono diventate sempre più loro stesse "portatrici di reddito" e, secondo quanto emerge dall'indagine, ora cominciano anche ad avvicinarsi agli strumenti finanziari e alla gestione del risparmio aldilà della semplice economia domestica, con meno timori e senza più necessariamente delegare qualcun altro.

In più, rispetto al passato e nonostante il momento di crisi attuale, le donne si mostrano più propense al rischio. Secondo la ricerca di Episteme infatti, se nel 2008 solo il 43% delle donne sentiva di riuscire a mettersi in affari da sola, nel 2012 la cifra è salita al 60,4%. E ancora, nel 2008 solo il 29,9% delle donne sosteneva di cercare situazioni nuove e stimolanti in cui trovare il gusto del rischio e dell’avventura, contro il 59,9% del 2012.

Ma nonostante le spinte al cambiamento che arrivano dall’universo femminile e le risorse che questo rappresenta, ci sono degli aspetti radicati nella nostra società che ancora tengono la donna "nella retroguardia" del mondo lavorativo. "Il peso del cosiddetto welfare informale, la cura dei figli come dei genitori ricade ancora quasi sempre sulla donna e persiste così una sorta di 'sindrome da doppio schiacciamento'" dice Fabris. "Per questo - continua la studiosa - serve un cambiamento prima di tutto culturale, nella condivisione dei ruoli di cura, e poi l’affermazione di modelli in cui pubblico e privato sappiano collaborare per trovare nuove forme di welfare".

La posta in gioco è un capitale di competenze e capacità che l'Italia non può permettersi di continuare a sprecare. "Ci sono delle caratteristiche tipicamente femminili come la chiarezza, la flessibilità, l’empatia, la capacità di relazione, la minore tendenza al tecnicismo di cui, secondo la nostra indagine, si sente fortemente l’esigenza, nel campo preso in esame, che è quello finanziario e assicurativo - continua la sociologa - e un'iniezione di 'valori femminili' è indispensabile non solo nelle figura degli intermediari, ma anche nei posti dirigenziali, perché si possa davvero provocare un cambiamento".

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