G20, la crescita è la priorità. L’Ue resiste alle pressioni

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Sfumato l’incontro previsto il primo giorno, Obama incontra i leader europei. Nella bozza, non definitiva, si parla di un “piano di azione coordinato” ma senza dettagli. E sembra tramontata l’era del rigore a tutti i costi

La crescita economica diventa la priorità numero uno dei Grandi riuniti in Messico, ma senza rinunciare al rigore dei conti pubblici. E si aprono spiragli sui meccanismi per difendere gli Stati presi di mira dai mercati: secondo il Financial Times il premier italiano Mario Monti avrebbe avanzato l'idea di consentire al fondo salva-Stati europeo, finora usato per fare prestiti ai Paesi in difficoltà, di comprare i loro titoli di Stato sul mercato. Ipotesi non appoggiata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel ma discussa nella sede del G20. E le parole del presidente francese Francois Hollande fanno pensare a una posizione comune a quella di Roma: gli spread di Italia e Spagna sono "inaccettabili" e "dobbiamo mostrare una capacità di intervenire molto più veloce".

Il comunicato finale del G20 messicano viene incontro alle ragioni di Roma e Parigi, e fa passi avanti parlando di un "piano d'azione coordinato" per la crescita, anche se l'assenza di dettagli lascia ampio spazio di manovra all'Europa, che si appresta a discuterne a Roma venerdì 22 giugno e a Bruxelles a fine mese. Certo la Merkel torna a Berlino senza essere apparentemente arretrata sulla sua posizione: i leader europei s'impegnano "a muovere speditamente verso misure per la crescita", ma "mantenendo il fermo impegno a realizzare un consolidamento fiscale che va valutato su base strutturale". Un compromesso che rivela tutte le difficoltà e le divisioni sulla ricetta migliore per portare l'Eurozona fuori dalla crisi del debito e dalla recessione, e rimuovere i rischi globali posti dal Vecchio Continente che minacciano la rielezione di Barack Obama.

Sfumato l'incontro della notte, il presidente Usa ha visto i leader di Bruxelles assieme al premier italiano Mario Monti e a quello britannico David Cameron, alla Merkel, al presidente francese Francois Hollande e al premier spagnolo Mariano Rajoy. "La crescita - ha spiegato Monti dando 10 giorni ai partner europei per salvare l'euro - è stato il tema del mio intervento al G20". L'era del rigore a tutti i costi sembra tramontata: da Bruxelles filtrano aperture a un ammorbidimento dei termini di salvataggio chiesti alla Grecia, anche se la Merkel ammonisce: "Gli impegni vanno rispettati". Il pressing Usa, con importanti sponde europee, nel Fondo monetario internazionale e fra le grandi istituzioni che contano, è riuscito a far passare la linea che, in assenza di crescita, il rigore rischia di far peggiorare, anziché migliorare, i bilanci statali. La "grande priorità del G20" è la crescita - si legge in una bozza non definitiva del documento conclusivo del vertice di Baja California - con un "piano d'azione coordinato". Scompare ogni ipotesi di meccanismi automatici per 'raffreddare' gli spread, ma è auspicato che "se le condizioni economiche dovessero peggiorare significativamente, quei Paesi che hanno sufficiente margine di manovra di bilancio sono pronti a coordinare e realizzare misure fiscali discrezionali a sostegno della domanda interna".

Di fatto un richiamo ai virtuosi come la Germania, che a Cannes lo scorso novembre si era impegnata a stimolare i consumi interni. Dai leader del G20 arriva anche il sostegno all'Europa rispetto a "misure concrete verso un'architettura finanziaria più integrata" e a meccanismi per rompere il circolo vizioso che s'instaura fra Paesi troppo indebitati e banche costrette a sostenere i titoli di Stato: si tratta dell'unione bancaria che sarà uno dei temi forti del vertice di fine mese a Bruxelles. Sul bilancio del G20 c'è una posta in rosso ed è quella tassa sulle transazioni finanziarie cui si lavora da mesi ma che - come anticipato da Hollande - è saltata e non dovrebbe comparire nel comunicato finale. Ma i Grandi - e soprattutto l'Europa con i suoi problemi di debito - possono consolarsi con i passi avanti sul rafforzamento del 'firewall' del Fondo monetario internazionale. Con il contributo dei 'Brics' si dovrebbe arrivare a oltre 450 miliardi di dollari in più nel capitale del Fmi, in cambio di una riforma del sistema di voto da varare entro ottobre che dovrà premiare Brasile, Russia, India e Cina.

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