Marchionne: stabilimenti salvi se esportiamo in Usa

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"L'Europa si era illusa di poter evitare scelte dolorose" dice l'ad di Fiat nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera. "Due impianti su cinque a rischio se non saremo competitivi". L'articolo 18, aggiunge, lo ha solo l'Italia

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Fiat e l'Italia, le scelte dolorose ma inevitabili, il rapporto con Fiom e Cgil e, ovviamente, l'articolo 18. Questi i temi trattati nella lunga intervista a Sergio Marchionne, ad del Lingotto e presidente e amministratore delegato di Chrysler, rilasciata a Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera.

Le fabbriche italiane salve solo se esporteranno - Fiat dovrà ritirarsi da due stabilimenti italiani su cinque se non riuscirà ad essere competitiva negli Stati Uniti, ha affermato l'amministratore delegato rispondendo alla domanda su quali sarebbero i siti italiani eccedenti nel caso in cui non funzionassero le esportazioni verso gli Usa. Nell'intervista, il manager prevede inoltre che "la domanda di automobili (sia) destinata a rimanere bassa ancora a lungo. Almeno fino al 2014".
Marchionne ribadisce poi di non voler vendere Alfa Romeo e nega la necessità di ricorrere ad un aumento di capitale. "Non serve", sostiene. "Nel 2012 investiremo oltre 7 miliardi, senza aumentare il debito. Useremo semmai un po' della nostra liquidità...".   Per quanto riguarda Chrysler, l'AD parla di tre ipotesi, ovvero un'Opa, Fiat che compra e arriva al 100% e una fusione con Fiat, e dice che "la meno probabile è la prima".

Mai parlato male dell'Italia  - Nell'intervista il numero uno del Lingotto parla di Usa (dove si augura "un risultato elettorale chiaro con la stessa maggioranza al Congresso e alla Casa Bianca") e di Italia che non è "in condizioni floride". Il nuovo governo, però, aggiunge Marchionne, in pochissimo tempo ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando, un successo incredibile". L'amministratore delegato di Fiat, sottolinea inoltre di non aver mai "parlato male dell'Italia. Ho - spiega - solo riconosciuto quello che non va perché era serio farlo nell'interesse della Fiat, che è un gruppo multinazionale, e del mio Paese". Ora, aggiunge, "conviene investire in Italia, man mano che le riforme del governo Monti vanno avanti".

Articolo 18- L'articolo 18, osserva Marchionne, "ce l'ha solo l'Italia. Meglio assicurare le stesse tutele ai lavoratori in uscita in modi diversi, analoghi a quelli in uso negli altri Paesi".La Fiat, comunque, sta investendo in Italia e con i nuovi contratti "ora possiamo lavorare". Quanto a Mirafiori, lo stabilimento "tornerà a regime entro la fine del 2014 con un modello Fiat e uno Chrysler".

Fiat e Fiom - Quanto invece alla Fiom, per Marchionne "se si assume le sue responsabilità può rientrare già adesso. Ma temo che Maurizio Landini" (che sembra "molto più rigido" di Gianni Rinaldini, con cui "si poteva dialogare"), stia facendo "una battaglia politica". In ogni caso, rivela, "ci sono stati incontri riservati con esponenti della Fiom, la sinistra più intelligente ha provato a ricucire, ma è andata male. Non possono pretendere che nei fatti sconfessi Cisl, Uil, Ugl, e Fismic".
"E' sano che sindacalisti dal seguito non trascurabile siano costretti a uscire dagli stabilimenti portandosi via gli scatoloni come i banchieri della Lehman dopo il crac? Perfino negli anni di Valletta le commissioni interne da vano cittadinanza a tutti" chiede Mucchetti a Marchionne.
«Lasciamo la storia agli storici. Il quadro anche giuridico era diverso. La Fiom si trova in questa situazione in seguito al referendum del 1995 sulle rappresentanze sindacali, che essa stessa aveva sostenuto, e perché non firma quando pure l'accordo è stato approvato dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».

Camusso? Con Epifani si ragionava di più - A proposito di Susanna Camusso "forse parla troppo della Fiat e di Marchionne sui media, e troppo poco con noi" afferma l'ad del Lingotto. E aggiunge: "Con Epifani si riusciva a ragionare di più".
Sulla successione a Marcegaglia in Confindustria, l'ad Fiat dice di non aver pensato che le sue dichiarazioni pro Bombassei possano trasformare la successione in un referendum sull'azienda, "ma riflettendoci non mi interessa molto".

L'intervista a Sergio Marchionne arriva il giorno dopo la decisione della Corte di Appello di Potenza di accogliere il ricorso di Fiom e ordinare il reintegro a lavoro di tre operai licenziati nel 2010. Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, questi i nomi dei tre lavoratori che erano stati accusati di aver bloccato un carrello durante uno sciopero interno, potranno così tornare al loro impiego nello stabilimento di Melfi.

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