Retweet, istruzioni per l’uso

Elaborazione grafica del logo di Twitter. Credits: Eldh/Flickr
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Mentre sempre più politici e personalità dell’economia iniziano a cinguettare, si apre il dibattito sull’etichetta da adottare su Twitter. E c’è chi propone nuovi standard per rendere meno ambigua la propria presenza online

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Il dibattito si è acceso lo scorso mese, quando l’agenzia Associated Press ha aggiornato le linee guida relative all’utilizzo dei social media, proibendo ai propri giornalisti di fare retweet (e cioè ripubblicare sul proprio account un messaggio scritto da un altro utente) nel caso in cui “si dà l’impressione di esprimere un’opinione personale sull’argomento del giorno”. Secondo Tom Kent, responsabile per gli standard dell’agenzia statunitense, “un retweet senza nessun commento può facilmente essere visto come un segno di approvazione”. Il che, in effetti, accade sempre più spesso.



Associated Press è da sempre abbastanza severa su Twitter e dintorni: i dipendenti non sono autorizzati a pubblicare messaggi troppo personali anche quando nella descrizione del profilo inseriscono le frasi di rito: “Le opinioni qui espresse sono personali”, oppure “I retweet non costituiscono sostegno”. Secondo gli standard interni, infatti, un giornalista non dovrebbe mai esprimere opinioni, perché possono facilmente essere assimilate a una presa di posizione dell’agenzia, che persegue invece sempre un’informazione obiettiva e non di parte.

COS’E’ UN RETWEET - Per quanto possa sembrare una questione da addetti ai lavori, il dibattito interessa in realtà chiunque è una personalità pubblica o si presenta come dipendente di una grande organizzazione nel proprio profilo.
Anche se opportunamente segnalati attraverso l’acronimo RT, i retweet tendono infatti ad essere visti come messaggi di sostegno per le opinioni altrui. Questa è d’altronde la definizione che ne dà la stessa Twitter quando, nella pagina dedicata al termine, scrive: “Ti piace un tweet? Retweet! A volte capita di leggere un Tweet che vuoi condividere con altri. La funzione Retweet (nota anche come "RT") serve a condividere i Tweet con chi ti segue”.
E così come i messaggi personali possono essere facilmente assimilati a quello del proprio datore di lavoro, anche un retweet può creare lo stesso effetto. Anche perché lo spazio esiguo dei 140 caratteri e il ritmo sincopato della comunicazione di certo non incentivano gli utenti a contestualizzare meglio i messaggi.

NIENTE OPINIONI? - Non tutti gli utenti sono però d’accordo con questa visione restrittiva del retweet. Per molti, infatti, rappresenta solo un modo per segnalare ai propri follower un contenuto su cui si può essere più o meno d’accordo. A leggere le reazioni seguite alla decisione di AP (molte delle quali sono state raccolte in questo Storify) è questa l’interpretazione che molti utenti danno del retweet.
E’ il caso del noto giornalista del New York Times David Carr che ha criticato la scelta di AP (“Non retwittare niente che abbia un’opinione. Buona fortuna”).



Altri hanno messo in dubbio il fatto stesso che un utente possa utilizzare uno strumento come Twitter senza mai lasciarsi andare a spunti personali: “Ora AP assumerà dei robot”, ha commentato un giornalista dell’Huffington Post. Mentre altri utenti si sono divertiti a prendere in giro le linee guida: “Sto condividendo questo link senza preoccuparmi affatto se voi pensate che io sono d’accordo o no con la policy di AP :)”.

DIVERSE TIPOLOGIE DI RETWEET - Ma al di là delle critiche e delle prese in giro, c’è stato anche chi ha provato ad andare oltre, per trovare una soluzione ad un’ambiguità di fondo che comunque resta.
D’altronde Twitter (come qualsiasi altro servizio 2.0) è uno strumento che evolve soprattutto in base all’uso che ne fanno gli stessi utenti: basti pensare che il simbolo dell’hashtag è nato in maniera del tutto spontanea, per idea dei partecipanti a un barcamp fino a diventare una parte fondamentale dell’attuale alfabeto in 140 caratteri. Lo stesso vale anche per i retweet: col tempo gli utenti hanno introdotto nuovi standard e consuetudini. Ecco qualche esempio:

1) Retweet manuale (RT) - Quello che viene indicato con “RT nomeutente” anteposto al messaggio. Di solito è effettuato manualmente e, volendo, permette anche di aggiungere un commento personale (Associated Press consiglia di usare questa tipologia, per contestualizzare i tweet che si vuole ripubblicare).



2) Retweet modificato (MT) - Lo usano soprattutto gli utenti più attenti all’etichetta di Twitter. Quando si riprende il tweet di un altro utente, modificandolo però nella forma e nel contenuto, si premette l’acronimo MT (modified tweet).



3) Retweet di supporto (+1) – Altra convenzione entrata in vigore in modo del tutto spontaneo (e poi ripresa anche da Google per il suo social network Plus). Quando si ripubblica un messaggio di un altro utente e si antepone il simbolo +1 si intende appunto rimarcare il proprio sostegno alle idee espresse.



4) Neutral Tweet (NT) - C’è poi un ulteriore utilizzo del retweet, ancora non codificato: quello in cui si vuole dare risalto ad un messaggio scritto da un altro utente, prendendo però tutte le distanze. Jeff Sonderman, Digital Media Fellow al Poynter Institute, ha proposto di chiamarlo “Neutral Tweet” (NT).



La proposta di Jeff Sonderman ha suscitato molte reazioni in rete, alcune più concordi, altre meno. C’è stato infatti chi ha criticato la scelta di introdurre una nuova convenzione per uno strumento come Twitter che è tutto all’insegna della semplicità e della velocità. Altri utenti hanno preso in giro l’idea, proponendo una sfilza di nuovi acronimi per specificare se si è d’accordo (AT) o no (DT).



Quel che è certo, comunque, è che il dibattito su questi temi continuerà ad andare avanti. Con la crescita di Twitter e la sua adozione da parte di un numero crescente di personalità pubbliche, diventerà sempre più importante elaborare standard che permettano di evitare ambiguità e incomprensioni. Al di là delle linee guida aziendali calate dall’alto, è comunque facile prevedere che, così come è già successo per il RT e gli hashtag, saranno gli stessi utenti Twitter a dotarsi del proprio codice di auto-regolamentazione.

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