Agenda Digitale, ecco il Piano Strategico del governo Monti

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In consultazione pubblica il documento che prelude all'investimento di 600 milioni di euro comunitari per dotare il Sud di banda ultralarga e datacenter. I commenti dell’esperto Alfonso Fuggetta e di Roberto Sambuco del Dipartimento per le Comunicazioni

di Gabriele De Palma

Cancellare il digital divide nel sud del Paese entro il 2015. Questo l'obiettivo più eclatante del Piano Strategico Agenda Digitale Italiana, presentato dal Ministero dello Sviluppo Economico e in consultazione pubblica fino al 15 gennaio.
Grazie ai 600 milioni di euro messi a disposizione dai fondi Eurosud (idea dell'allora ministro Giulio Tremonti), l'accesso a internet non dovrebbe essere più un problema per chi vive nelle regioni meridionali. In base alle disposizioni dell'Agenda Digitale Europea, i fondi sono da investire tassativamente entro quattro anni: non solo banda larga (e cioè dai 2 ai 20 Mbps) ma anche banda ultralarga (tra i 30Mbps e i 100Mbps) in osservanza alla direttiva europea che chiede di connettere almeno il 50 per cento della popolazione a 100Mbps entro il 2020.

PRIMO PASSO DEL NUOVO GOVERNO - Il primo atto ufficiale in tema di infrastrutture Ict del nuovo governo – per impulso del ministro Corrado Passera, in collaborazione anche col Ministero dell'Istruzione – non si limita però solo alla rete e alla connettività. Un altro importante capitolo è dedicato alla creazione di datacenter di ultima generazione (Tier IV) molto efficiente dal punto di vista energetico, dove istituire soluzioni di cloud computing in cui confluirebbero i dati provenienti dalle Pubbliche Amministrazioni e dagli enti locali, non solo quelli del meridione del Paese ma anche del nord e che in prospettiva potrebbe essere offerto anche a tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo.
Un cloud computing dedicato alla PA dovrebbe permettere anche una maggiore interoperabilità dei dati, con indubbi vantaggi per i cittadini. Nel Piano vengono anche date istruzioni a quelle Regioni che volessero investire in infrastruttura e cercherà di stimolare anche la partecipazione dell'industria alla realizzazione di una rete di comunicazione al pari dei migliori Paesi europei.

DIGITALMENTE UNITI
- Un piano ambizioso, in cui si avverte la determinazione dei promotori, come Roberto Sambuco, capo del Dipartimento per le Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico: “E’ un piano concreto, operativo – spiega a Sky.it – che risolve il problema dell'infrastruttura almeno al Sud e che creerà occupazione”. In base alle stime, dovremmo essere nell'ordine delle decine di migliaia di posti di lavoro.
I fondi verranno assegnati alla copertura di quelle aree dove nessun operatore telefonico ha intenzione di investire nei prossimi tre anni. Sono quelle aree (definite nel Piano Strategico 'aree bianche') considerate non sufficientemente remunerative per i privati in cui solo l'intervento statale può colmare il digital divide. E per selezionare le priorità d'intervento all'interno delle aree bianche – tante vista anche la conformazione orografica del Paese – verranno tenuti in considerazione anche altri parametri. “Ogni sei mesi effettueremo tra gli operatori di telecomunicazioni un censimento della copertura esistente, per legge dovremmo farlo una volta all'anno ma cercheremo di raddoppiare il ritmo – spiega Sambuco – e in base a quello distribuiremo i fondi valutando la popolosità, la possibilità di soluzioni convergenti fisso-mobile, la presenza di aree industriali, scuole e ospedali”. Il tutto entro il 2015, pena la perdita dei fondi comunitari Eurosud.

SPERANZA - È fiducioso anche Alfonso Fuggetta, professore al Politecnico di Milano, amministratore delegato del Cefriel e tra i massimi esperti di Rete: “Speriamo che sia giunto finalmente il momento di sintesi e decisione dopo anni di analisi e documenti fatti più o meno bene e provenienti da tutte le aree politiche su progetti per realizzare la rete a banda ultralarga. Il rischio era di continuare all'infinito in un'eterna discussione sulle possibilità e le alternative tecniche senza diventare mai operativi”. In effetti negli anni passati non sono mancati piani, progetti e anche cabine di regia governativa per l'ammodernamento dell'ecosistema Ict del Paese: dal Piano Caio al piano Romani, fino alle iniziative di Gentiloni, che però sono rimaste lettera morta.
“La grande questione in tema di infrastruttura e di Ict oggi – chiosa Fuggetta – è una: riteniamo che l'Ict sia un lusso che potremmo permetterci solo una volta usciti dalla crisi, o crediamo che l'Ict sia uno strumento per uscire dalla crisi?” Gli esperti non sono mai stati in dubbio sulla scelta, la politica, a parole e a suon di agende di sviluppo, anche. Mancava però il passaggio da teoria a pratica. Potremmo esserci.

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