Imprese, scatta l'obbligo della Pec. E gli enti pubblici?

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E' stato prorogato al 31 dicembre il termine per le società di dotarsi di una casella di posta elettronica certificata. Pena una multa fino a 1032 euro. Per le pubbliche amministrazioni, invece, la direttiva esiste già ma quelle in regola sono solo 20mila

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E' stato prorogato di un mese l'obbligo per tutte le società, tranne quelle individuali, di dotarsi di una casella di Posta Elettronica Certificata. Se entro il mese di dicembre (il termine inizialmente era stato fissato per il 29 novembre) non comunicheranno l’indirizzo al Registro Imprese tenuto dalle Camere di commercio, saranno sanzionate con multe da 103 a 1032 euro. Anche le società sono dunque tenute ad avere un indirizzo Pec per inviare e ricevere messaggi online con lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento e potranno comunicare ufficialmente con le pubbliche amministrazioni. Se un ufficio pubblico cioè riceve una comunicazione da un privato tramite posta elettronica certificata, secondo il Codice dell'amministrazione digitale (Cad) approvato nel 2005 ed entrato in vigore a gennaio 2011, ha l'obbligo di rispondere utilizzando lo stesso canale. Le stesse pubbliche amministrazioni infatti sono tenute per legge ad avere una casella Pec per ciascun registro di protocollo con cui comunicare con i cittadini e a darne comunicazione all’Indice delle Pubbliche Amministrazione (Ipa). Ma sono davvero tutte in regola le pubbliche amministrazioni? 

Secondo DigitPA, l’Ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, le percentuali di adesione sono abbastanza alte solo in alcune categorie: tutti i Ministeri sono dotati di Pec, così come il 97% delle Province e il 93% delle Asl. I Comuni, invece, sono più indietro: manca ancora all’appello il 24% degli 8.092 Comuni italiani (quasi 2000 non hanno ancora una Pec, tra cui Comuni capoluogo come Siracusa, Vibo Valentia e Iglesias). Se si guarda poi il numero totale delle pubbliche amministrazioni, un insieme molto eterogeneo che comprende Camere di commercio, Comunità montane, ma anche Enti parco e per il Turismo, si scopre che ancora oggi, a sei anni dall’introduzione del Cad, 12 mila Pa su circa 32mila non dichiara nemmeno una Pec (mentre 20 mila amministrazioni hanno attivato 25 mila caselle certificate). Nonostante l’ottimistica previsione dell’ex ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta che a luglio 2010, quando le Pec erano ferme a 11mila, aveva dichiarato che entro lo scorso anno le PA avrebbero attivato un totale di 25 mila caselle, cioè il numero raggiunto a fine 2011. E che il numero totale di Pec attivate tra enti pubblici, cittadini, professionisti e imprese, oggi fermo a 3 milioni e 200 mila, avrebbe superato la fatidica soglia dei 6 milioni (mentre la stima odierna di DigitPA prevede, più prudentemente, che a fine 2011 si arrivi a quota 4 milioni).

Tra gli enti inadempienti, che ogni sei mesi sono invitati da DigitPA a comunicare i propri indirizzi, spicca il caso della Regione Sicilia, ancora oggi priva di posta elettronica certificata, mentre a settembre 2011 la Basilicata, il primo ente pubblico finito in Tribunale a causa della Pec, è stata condannata da una sentenza storica del Tar: priva di posta certificata, la Basilicata è stata riconosciuta colpevole di disservizio nei confronti dei cittadini grazie a una class action avviata da Agorà digitale e Radicali. Indietro anche alcuni ordini professionali, come la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, l’Ordine dei commercialisti di Milano, l’Ordine dei farmacisti della Provincia di Alessandria, l’Ordine dei veterinari di Pavia o l’Ordine degli Architetti della Provincia di Trento. E grosse amministrazioni come il Policlinico Martino di Messina, l’Asl Roma C,  l’Accademia di Belle Arti di Brera, l’Agenzia Regionale per la Mobilità nella Regione Puglia, l’Ente Provinciale per il Turismo di Napoli o la Provincia di Caserta. Per tutti loro, a meno che gruppi di cittadini si rivolgano al Tar come è successo in Basilicata, la sanzione è la valutazione negativa della performance dell’ente per la corresponsione della retribuzione di risultato ai dirigenti.

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