Crisi, le riforme a costo zero da attuare subito in Italia

1' di lettura

Incoraggiare a lavorare anche chi ha minori possibilità di guadagno nell’ambito di una coppia, anziché incentivare a stare a casa. E’ solo una delle proposte degli economisti Boeri e Garibaldi in un nuovo saggio edito da Chiarelettere. Leggine un estratto

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi

C’è una riforma che potrebbe contribuire ad aumentare in modo apprezzabile l’offerta di lavoro femminile (con ricadute positive anche sull’impiego in servizi sostitutivi al lavoro casalingo) e a ridurre la povertà, soprattutto fra le madri sole.
Aumentando il reddito da lavoro per i membri che oggi hanno minori capacità di generare reddito nella famiglia, finirebbe anche per rafforzare il potere contrattuale delle donne nelle scelte sulla divisione degli oneri familiari.
È una riforma tanto più necessaria, quanto più le donne hanno una posizione contrattuale debole all’interno della famiglia. È il caso dell’Italia, come indicato dalle indagini sull’impiego del tempo: il nostro è l’unico paese in cui le donne – sommando le ore di lavoro remunerato e quelle spese tra le mura domestiche per attività che generano valore per tutti i componenti del nucleo familiare (pulizia, cucina, ecc.) – lavorano più degli uomini.
Il principio cardine della nostra proposta è incoraggiare a lavorare anche chi ha minori possibilità di guadagno nell’ambito di una coppia, anziché incentivare a stare a casa. Per farlo si tratta di sostituire le detrazioni per i coniugi e gli altri familiari a carico (a eccezione dei figli) con degli aiuti condizionati all’impiego. Questa riforma idealmente dovrebbe accompagnarsi a una razionalizzazione degli assegni al nucleo familiare.

Quattro miliardi per lasciare le donne a casa -  Si tratta di destinare a miglior causa i circa quattro miliardi spesi ogni anno per scoraggiare il lavoro soprattutto delle donne, per spingerle a stare a casa. Queste risorse andrebbero destinate a sussidi condizionati all’impiego che aumentino i redditi di famiglie poco abbienti in cui entrambi i membri della coppia lavorano. Gli esercizi che simulano gli effetti di questa riforma sono molto incoraggianti. Dicono che porterebbe a un incremento consistente dell’offerta di lavoro femminile e permetterebbe di ridurre i tassi di povertà soprattutto fra le madri sole.
Sarebbe una riforma che metterebbe in moto altri processi virtuosi. Perché cambierebbe culture consolidate che vedono la donna come un familiare a carico e ci permetterebbero di incassare il doppio dividendo della partecipazione femminile: non solo più donne che lavorano, ma anche più donne che lavorano a pagamento per svolgere quelle attività che prima erano svolte dalle casalinghe. Si tratterebbe di nuove entrate per l’erario, quindi di una riforma che addirittura potrebbe essere a costo... negativo.

Una miniriforma fiscale
- Non sappiamo ancora nulla della riforma fiscale che dovrebbe essere parte integrante della manovra frettolosamente messa in piedi dal governo di fronte alla crisi di credibilità del nostro debito pubblico.
Sappiamo però che una riforma fiscale al passo con le sfide molto impegnative che ci stanno di fronte deve riuscire a rilanciare la crescita senza ridurre le entrate dello Stato. La nostra miniriforma dell’Irpef ha queste caratteristiche. Proponiamo di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a carico (con esclusione dei figli) con la contestuale introduzione di un credito di imposta per le retribuzioni più basse (come incentivo condizionato all’impiego), che diverrebbe un vero e proprio trasferimento per gli incapienti, vale a dire per chi, non pagando le tasse, non avrebbe altrimenti alcun beneficio dal credito di imposta.
L’obiettivo è sostenere il reddito delle famiglie incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne. Dovrebbe essere il primo passo di una riforma organica delle misure di supporto alle famiglie con figli a carico che richiederà anche una razionalizzazione del complesso sistema di assegni al nucleo familiare. Oggi le detrazioni fiscali per familiari a carico sono pari a 800 euro per il coniuge e 750 euro per altri familiari. Essendo entrambe decrescenti all’aumentare del reddito, fino ad azzerarsi per redditi superiori a 80.000 euro, questi benefici fiscali pongono in essere una tassa implicita al lavoro della seconda fonte di reddito familiare, nel nostro paese soprattutto le donne. Non sono inoltre condizionate a responsabilità di cura di bambini o anziani, che andrebbero sostenute in maniera specifica. Il costo fiscale di queste detrazioni nel 2009 è dell’ordine di quattro miliardi di euro, corrispondenti al 2,6 per cento del gettito totale dell’Irpef. Si tratta di risorse non trascurabili che possono essere meglio utilizzate per incoraggiare, anziché scoraggiare, la partecipazione.
Utilizzando un modello di microsimula82 zione fiscale, Francesco Figari ha calcolato le imposte e i trasferimenti, in diversi regimi fiscali, per un campione rappresentativo della popolazione nazionale e ha quindi valutato gli effetti redistributivi dell’utilizzo alternativo di tali risorse. Infine, sulla base di un modello strutturale di offerta di lavoro, ha stimato gli effetti della riforma proposta.

Il modello del Working Family Tax Credit - A parità di gettito, l’abolizione delle attuali detrazioni e l’introduzione di incentivi fiscali condizionati all’impiego a livello familiare, sul modello del Working Family Tax Credit britannico (con un ammontare massimo attorno ai 300 euro al mese), favorirebbero un aumento dell’offerta di lavoro delle donne in coppia oggi fuori dal mercato del lavoro di circa tre punti percentuali, grazie soprattutto a un incremento della quota di donne che lavorano dalle 8 alle 30 ore settimanali.
L’introduzione di incentivi condizionati all’impiego a livello individuale, con un ammontare massimo pari a 70 euro mensili, raggiungerebbe un maggior numero di beneficiari e sosterrebbe un incremento ancora maggiore nell’offerta di lavoro. Ma ovviamente avrebbe peggiori proprietà distributive perché ne potrebbero beneficiare anche persone che vivono in famiglie ad alto reddito.
Gli incentivi condizionati all’impiego aumenterebbero anche l’offerta di lavoro delle madri sole, una categoria in aumento nel nostro paese. Questo avverrebbe pur in presenza di una riduzione del numero di ore lavorate delle madri allo stato attuale impiegate full-time e che, grazie all’in-work benefit, troverebbero maggior beneficio nel diminuire la propria offerta di lavoro. In altre parole, ci sarebbero più madri sole che lavorano, e quelle che lo fanno già potrebbero dedicare qualche ora in più ai figli. Con un saldo complessivo positivo in termini di ore lavorate.
Gli incentivi condizionati all’impiego avrebbero un effetto maggiore tra le donne attualmente escluse dal mercato del lavoro e con bassi redditi familiari e renderebbero più attraenti i lavori part-time, con una conseguente concentrazione dei beneficiari nel 20 per cento della popolazione con redditi più bassi e una riduzione della povertà sia tra le donne in coppia con reddito inferiore al 40 per cento del reddito medio sia, soprattutto, tra le madri sole. Questi strumenti implicherebbero una netta ridistribuzione di risorse da famiglie con un solo percettore di reddito a coppie in cui entrambi i coniugi lavorano e a genitori soli, incentivando così la riduzione del fenomeno della cosiddetta polarizzazione dell’impiego, che porta ad avere molte famiglie in cui nessuno lavora.

E il coniuge che ha perso il lavoro? - Un’obiezione che può essere mossa a questa proposta è quella di rischiare di penalizzare le coppie in cui uno dei potenziali percettori di reddito ha perso il lavoro. Ma gli incentivi condizionati all’impiego renderebbero più conveniente la ricerca di un impiego alternativo. E il credito di imposta (o trasferimento come imposta negativa), soprattutto quando strutturato a livello familiare, potrebbe almeno in parte compensare la perdita di reddito se l’unico lavoratore rimasto in famiglia ne risultasse beneficiario.
Sono altri gli strumenti che devono fronteggiare situazioni di povertà fra chi ha perso il lavoro, vale a dire un sistema organico di ammortizzatori sociali (tra cui schemi di reddito minimo garantito). La riduzione della pressione fiscale sui salari più bassi non può che favorire l’occupazione di chi partecipa al mercato del lavoro in condizioni di maggiori difficoltà e quindi con basse retribuzioni. Importante anche notare che gli individui con reddito più basso, beneficiari del nuovo incentivo fiscale, sono quelli che rispondono maggiormente anche a riduzioni contenute della pressione fiscale aumentando l’offerta di lavoro.
Il nuovo incentivo fiscale, a differenza delle attuali detrazioni, non creerebbe un problema di incapienza, in quanto si configurerebbe come un trasferimento netto per coloro i quali non possono beneficiare direttamente del credito di imposta come riduzione dell’imposta pagata. La concreta implementazione del credito di imposta, ovviamente, dovrebbe idealmente accompagnarsi ad altre misure, come quelle vigenti in altri paesi europei, che hanno incentivi condizionati all’impiego. Bisognerebbe, per esempio, introdurre un salario minimo, come discusso nel capitolo Decentramento, deroghe e standard minimi, per evitare che gli incentivi si traducano unicamente in un ribasso delle retribuzioni lorde da parte dei datori di lavoro.
Inoltre è fondamentale potenziare la lotta all’evasione fiscale che preclude il corretto funzionamento di qualsiasi strumento di tassazione basato sul reddito del contribuente. Anche l’attuale detrazione per familiari a carico può essere peraltro concessa a fronte dell’evasione del reddito da parte di un familiare. Il nuovo credito di imposta, condizionato all’impiego regolare, potrebbe semmai fornire un incentivo per far emergere il lavoro sommerso.

L’assicurazione familiare
- Infine questa riforma è utile anche per ricostruire il ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale, un ruolo fortemente intaccato dalla crisi. La grande recessione ha riportato i redditi delle famiglie italiane ai livelli di dodici anni fa. E la crisi del debito pubblico ha fortemente intaccato i patrimoni di molte famiglie che avevano investito i loro risparmi in titoli di Stato e in obbligazioni bancarie, attività ritenute sicure (e ampiamente spacciate come tali da intermediari finanziari senza scrupolo e da molti solerti funzionari bancari in conflitto di interessi, particolarmente abili nel piazzare i titoli dei loro istituti).
L’inevitabile processo di rientro del debito ha anche ridotto i margini per una seria riforma degli ammortizzatori sociali, che sgravi la famiglia di compiti impropri come quello di fornire assicurazione contro il rischio di perdita del lavoro.
Affinché la famiglia torni a esercitare la sua funzione storica di assicurazione contro il rischio di mercato, è davvero importante che possa distribuire il lavoro su più membri del nucleo familiare anziché avere un unico percettore di redditi da lavoro, un’unica persona che «porta a casa la pagnotta». È un principio di diversificazione del rischio. Più lavori in famiglia servono a tutelarsi meglio contro il rischio che alcune imprese o alcune professioni vadano in crisi. In questi casi sfortunati ci sarà sempre qualcun altro in famiglia in grado di assicurare una fonte di reddito stabile.
© Chiarelettere editore srl

Tratto da Tito Boeri, Pietro Garibaldi, Le riforme a costo zero, Chiarelettere, pp.176, euro 13

Tito Boeri è professore di economia presso l’Università Bocconi di Milano, direttore scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti e del Festival dell’Economia di Trento, fondatore del sito www.lavoce.info e founding editor di www.voxeu.org. Ha pubblicato undici libri con Oxford University Press, MIT Press e Princeton University Press ed è autore di diversi saggi su riviste scientifiche internazionali. È editorialista de «la Repubblica».

Pietro Garibaldi è professore ordinario di economia politica all’Università degli Studi di Torino. Collabora con le principali istituzioni finanziarie ed è autore di più di venti pubblicazioni scientifiche internazionali. Con Tito Boeri ha pubblicato il saggio Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere, Milano 2008.

Leggi tutto