Draghi: gli indignati hanno ragione. Peccato per gli scontri

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"Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto" dice, a margine del G20, il governatore della Banca d'Italia a proposito delle proteste degli Indignados. Ma aggiunge: le violenze sono inaccettabili

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(in fondo all'articolo i video sulle manifestazioni del 15 ottobre)

"I giovani hanno ragione a essere indignati" ma "a patto che non degeneri la protesta".
In particolare, gli scontri a Roma durante il corteo degli "Indignados" sono "un gran peccato". 
Così il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, in una conversazione informale con la stampa al G20, commenta le manifestazioni previste oggi 15 ottobre in tutto il mondo. "Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all'età loro non l'abbiamo fatto. Noi adulti siamo arrabbiati contro la crisi, figuriamoci loro che hanno venti o trent'anni", dice ancora Draghi. La protesta degli indignati ha preso di mira nei giorni scorsi anche la Banca d'Italia e lo stesso Draghi, prossimo presidente della Bce, e il ruolo dell'istituto centrale nella crisi, in particolare la missiva mandata da Francoforte al governo italiano sulle misure da prendere. Gli indignati hanno anche organizzato nei giorni scorsi un presidio permanente sotto la sede di Via Nazionale.

Il governatore uscente di Bankitalia si trova a Parigi per la seconda giornata del G20 della finanza. Nella sede del ministero dell'Economia a Bercy sono giunti i governatori delle banche centrali e i ministri delle finanze, fra cui Giulio Tremonti. Sotto la lente, il debito sovrano Ue che gli Stati Uniti e i paesi emergenti temono possa creare danni al sistema economico mondiale e che ha creato divisioni sul ruolo e l'impegno dell'Fmi.

Secondo quanto emerso da fonti del G20, i 20 grandi stanno lavorando per impegnarsi a dotare "di risorse adeguate" il Fondo Monetario Internazionale. Circa questione delle risorse del Fondo, venerdì i Paesi emergenti hanno avanzato la richiesta di una maggiore dotazione, respinta per ora da Stati Uniti, Germania e Giappone. I Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) temono infatti che il Fondo, impegnandosi nella crisi del debito Ue, non abbia poi risorse sufficienti e sperano di ottenere più rappresentatività in cambio di un loro maggiore contributo.

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