Unioncamere: identikit dell'Italia che cambia

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L'Unione delle Camere di Commercio ripercorre "150 anni di economia" del nostro Paese: nel 1861 lavorava il 60% della popolazione, si mangiavano 6 chili di carne l'anno, in casa si viveva almeno in 7. Nel 1951 inizia a emergere il divario tra Nord e Sud

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Quando nel 1861 l'Italia fu unita, Nord e Mezzogiorno condividevano un tenore vita non molto dissimile". Unioncamere ripercorre così la storia del Paese con un quadro di "150 anni di geografia economica italiana". Nel 1861, ricostruisce l'Unione delle Camere di Commercio, "il valore aggiunto medio per abitante era pari a 326 lire, la provincia più ricca era Livorno (con 428 lire per abitante) e la più povera quella di Capitanata (grosso modo l'attuale Foggia, 245 lire). Lavorava, per necessità, il 60% della popolazione (bambini e anziani compresi), e nel 60% dei casi nei campi; si mangiavano non più di 6 chili di carne l'anno; si abitava almeno in 7 in una casa; si moriva mediamente a 33 anni, gli uomini non superavano il metro e 62 di altezza e a scuola andavano in pochi: il 68% degli italiani era analfabeta.
Il divario tra le due aree del Paese diventa massimo e comincia a stabilizzarsi nel 1951, quando la forbice sul valore aggiunto  pro-capite si fissa sui 52,5 punti percentuali".

1861, Livorno è la città più ricca, Napoli regina del sud - Livorno era la provincia più ricca, con Milano a tallonarla. Poi Parma e Torino. La Napoli borbonica era la più prosperosa del Sud: i suoi abitanti avevano un reddito del 2,1% superiore alla media nazionale (23esima nella classifica per valore aggiunto procapite) e anche a Palermo e Bari (41esima e 44esima) la ricchezza non era di molto sotto la media.

1871, Napoli decade e Salerno brilla - Quando Roma entrò a far parte dell'Italia unita, la sua popolazione aveva un reddito ragionevolmente alto rispetto alla media: 26esima nella classifica nazionale, è distante dalla prima (sempre Livorno) e dalla seconda (sempre Milano) di sole 59 lire. I fasti di Napoli, però, cominciano a decadere: l'ex capitale dei Borboni scende al 41esimo posto e la stessa battuta d'arresto subisce Palermo (56esima). Da record (mai più superata da nessun'altra provincia meridionale) la condizione di Salerno, salita addirittura al terzo posto della classifica nazionale, con un valore aggiunto procapite del 16,7% superiore alla media.

1931, il sud resta indietro - Mediamente, al Centro-Nord il valore aggiunto per abitante sfiora le 3.600 lire, mentre al Sud non arriva alle 2.400. Ciò significa che, posta la media Italia a 100, il Centro-Nord arriva a 113,1, mentre il Mezzogiorno si ferma a 74,5. Trieste ha preso nel frattempo il posto di Livorno come provincia leader, precedendo sempre Milano ai vertici della classifica. Napoli (che dopo la parentesi di Salerno nel 1871 è tornata a essere la più dinamica tra le province del Sud) è scesa nel frattempo al 51esimo posto, Palermo al 61esimo.

1951, l'Italia si divide - Nell'immediato dopoguerra, la frattura dell'Italia raggiunge il suo punto massimo. Se il valore aggiunto pro capite medio era pari a poco più di 240mila lire, il Centro Nord saliva a quota 287mila, il Mezzogiorno a soli 161mila. La differenza è pari ad oltre il 50% e la forbice si allarga, con Torino (563mila) e Milano (540mila) in vetta alla classifica, Potenza (102mila) e Avellino (92.500) in coda.

1961, Milano supera Torino, Taranto prima al sud - La differenza tra Centro-Nord e Mezzogiorno arriva a 52,3 punti percentuali. Taranto è la prima provincia del Mezzogiorno nella graduatoria nazionale, Siracusa è 50esima, Napoli è 62esima, Palermo 69esima. In vetta, Milano supera Torino: il suo indicatore di valore aggiunto procapite è straordinariamente alto, con Italia pari a 100 Milano segna 174,5.

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