Cesare Geronzi, dalla Banca d'Italia a Generali

Geronzi lascia la presidenza delle assicurazioni triestine
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Sempre in bilico tra finanza e politica, ecco le tappe più importanti della carriera del banchiere romano che si è dimesso dalla presidenza della compagnia assicurativa di Trieste

Forse il più importante banchiere italiano, Cesare Geronzi, dopo neanche un anno dal suo arrivo alla presidenza delle Generali e appena prima di essere sfiduciato dal suo Consiglio di amministrazione, ha lasciato il vertice della compagnia assicurativa di Trieste.

Geronzi ha rinunciato anche agli incarichi in Rcs, Mediobanca e Pirelli, mentre rimarrà a presiedere solo la fondazione Generali. Con le sue dimissioni, per cui ha concordato una buonuscita di 16,65 milioni di euro, abbandona la scena finanziaria italiana l’uomo che è stato da molti definito una vera “volpe del potere”. Che ha costruito la sua carriera, sempre intrecciata tra finanza e politica, grazie ad amicizie importanti. Attraversando indenne prima e seconda Repubblica, nonostante le tante inchieste giudiziarie che lo hanno visto protagonista. In primis quelle del crack Cirio e Parmalat.

Il banchiere romano originario di Marino ha esordito in Banca d’Italia, dove ha vinto un concorso nel 1960. Allievo di Guido Carli, Geronzi, soprannominato “dottor Koch” dal nome del palazzo della banca centrale, è arrivato a guidare l’Ufficio cambi, le stanze dove si decide la politica monetaria nazionale. È in questi anni che nasce il sodalizio con Antonio Fazio, l’ex Governatore della Banca d’Italia. Nel 1980 approda al Banco di Napoli come vicedirettore generale. Poi, appoggiato da Carlo Azeglio Ciampi - che gli dedica giovedì 7 aprile 2011 un articolo sul Sole 24 Ore - nel 1982 diventa direttore generale della Cassa di Risparmio di Roma. Negli anni ’90 sotto la sua guida la piccola banca romana acquisisce il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma, gli istituti di fiducia del Vaticano e dell’intera classe politica democristiana. Nasce così la Banca di Roma che, dopo altre acquisizioni, nel 2002 si trasforma in Capitalia.

È tra prima e seconda Repubblica che Geronzi stringe rapporti di ferro con Gianni Letta e Silvio Berlusconi, sodalizio che dura ancora oggi. Anche perché è stato proprio il banchiere romano a salvare dai debiti Fininvest nel 1993, appena prima della discesa in politica del presidente del Consiglio. Ma la Banca di Roma non mancherà di stringere rapporti anche con Massimo D’Alema e Piero Fassino, prestando sostegno finanziario ai Ds e all’Unità. Al culmine del suo potere, spuntano anche i guai giudiziari. Dal 2004 Geronzi è coinvolto in varie inchieste per i crack Cirio e Parmalat. Per il primo la Procura di Roma ha chiesto per lui una condanna per bancarotta fraudolenta e la sentenza è attesa a maggio prossimo. Da quel momento i rapporti con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si sono rivelati altalenanti. Raffreddati dopo le vicende giudiziarie, si sono rinsaldati poi quando Geronzi ha rotto con Antonio Fazio, reo di aver voluto destinare Antonveneta alla Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani.

Nel 2007 Geronzi fonde Capitalia con Unicredit, allora guidata da Alessandro Profumo, contro il parere dell’amministratore delegato Matteo Arpe. È a quel punto che il banchiere romano ottiene la presidenza del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, di cui era già vicepresidente. Carica che Geronzi ha lasciato nel 2010 per insediarsi in Generali. Ma il suo attivismo nelle assicurazioni triestine, nonostante la posizione non operativa, ha causato scontri aperti, finiti anche sulle pagine dei giornali, con l'amministratore delegato Giovanni Perissinotto e con il consigliere Diego Della Valle. Oltre che con Tremonti. Soprattutto a causa dell’asse ricercato con i francesi di Mediobanca – Generali e osteggiato invece dal ministro di Berlusconi.

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