Quando la politica dà i numeri

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L'ultimo episodio riguarda le cifre (poi rivelatesi false) date da Berlusconi, secondo cui il 50% dei beni Unesco si trova in Italia. Ma la tendenza riguarda soprattutto la produttività. L’economista Daveri: “I dati sono dati. Basta solo leggerli bene”

"L'Italia è il Paese che ha regalato al mondo il 50 per cento dei beni artistici tutelati dall'Unesco”, dice il premier in un recente spot per favorire il turismo in Italia. E aggiunge: “Lo sapevi?”.
Ecco il punto: molti italiani non lo sanno. Se lo sapessero, infatti, lo smentirebbero: i beni italiani tutelati dall'Unesco non sono il 50 per cento, come dice Berlusconi (e il ministero del Turismo parla addirittura del 70%), ma solo il 5.
Una gaffe. O meglio l’ultima di una lunga serie, come ha scritto Gian Antonio Stella, facendo l’elenco di politici e ministri di diversa casacca incappati (loro malgrado) in improbabili percentuali su musei e siti archeologici.

Ma l’incidente non riguarda solo il patrimonio artistico del Belpaese. Il terreno più fertile è l’economia. Dati e tabelle cambiano a seconda di maggioranza e opposizione. E ciò che non dovrebbe essere relativo per definizione (la cifra) diventa quanto di più opinabile. Possibile? Possibile.
“I dati escono di continuo ed è difficile orientarsi ” spiega a Sky.it Francesco Daveri, professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Parma. “E’ su questo che si innesta la tentazione (e il tentativo) della politica di usarli a proprio piacimento, magari confondendo le acque”.
Daveri, che collabora al think-tank economico lavoce.info, prova a essere ancora più chiaro facendo un esempio.
E tira fuori due espressioni che spiegano bene l’origine del cortocircuito mediatico in cui spesso incappa la politica.

Sono il dato congiunturale e il dato tendenziale. Il primo fa riferimento alla variazione di un periodo rispetto al mese o al trimestre precedente (esempio: la produzione italiana del mese di marzo 2011 rispetto a quella di febbraio 2011); il secondo alla variazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (esempio: la produzione italiana del mese del primo trimestre 2011 rispetto a quella del primo trimestre 2010).
“Il vero dato col quale si fanno i paragoni – spiega Daveri – è il tendenziale. Con il congiunturale infatti si rischia di incorrere in qualche scivolone, a volte anche in malafede”. Il pericolo, infatti, è di prendere in considerazioni variabili contingenti che possono alterare il dato.

Daveri si fa più chiaro e snocciola un altro esempio: “Circa un anno fa, molte agenzie e diversi quotidiani, alcuni dei quali specializzati, diedero la notizia che la produzione industriale era ai massimi dal 2006”.
Fanfare, rumore e gran squilli di tromba, con tutti a ricordare che l’Italia cresce, nonostante i “professionisti del pessimismo”.
In realtà, spiega l'economista, le cose non stavano affatto così: “L’indice di produttività non solo era ben lontano dai livelli del 2006, ma era distante anche dal 2009. Semplicemente si registrava un saldo positivo rispetto a quello del periodo precedente, di per sé molto negativo”.
Detto in soldoni: la crescita era schizzata rispetto a poco prima, ma questo non significava una crescita in termini assoluti da record.
Questo cortocircuito – spiega Daveri – è destinato a replicarsi continuamente. E per spiegare il risultato l’economista scomoda un classico pirandelliano: “L'effetto è un 'così è se vi pare', che però non corrisponde al vero. I numeri sono numeri. Basta solo saperli leggere bene".

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