App Store, guerra di marchi ma non solo

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La Apple vuole il trademark sul termine, Microsoft non ci sta e chiede di respingere la richiesta. E' la conferma che le apps sono sempre più importanti nel mercato degli smartphone e dei dispositivi mobili

di Carola Frediani

Apple e Microsoft sono di nuovo ai ferri corti, questa volta per questioni di marchio. Che però si portano dietro anche rilevanti implicazioni economiche. Il colosso fondato da Bill Gates ha infatti presentato ricorso all'ufficio statunitense dei marchi e dei brevetti contro la richiesta della Mela morsicata di registrare il marchio “App Store”. Un'espressione con cui la Apple si riferisce al proprio negozio online di applicazioni per iPhone, iPad e iPod Touch, e più recentemente anche per computer Mac. La richiesta di Apple era stata depositata già nel 2008.

La novità è che ora Microsoft ha chiesto all'ufficio americano di respingerla, spiegando che si tratta di una terminologia troppo generica e che anche i concorrenti dovrebbero essere autorizzati a usarla. "Un app store (negozio di apps) è un app store - ha commentato su BBC Russel Pangborn, legale dell'azienda di Redmond - come lo sono negozio di scarpe (shoe store) o di giocattoli (toy store)".

Tuttavia, se la società di Cupertino non può forse accampare diritti terminologici, di certo può rivendicare il merito di avere di fatto inventato un mercato: quello dei programmini da scaricare sugli smartphone. Il suo App Store sfiora oggi 300 mila diverse applicazioni, tra quelle gratuite e a pagamento. E soprattutto è sul punto di raggiungere i 10 miliardi di download. Una cifra impressionante, specie se si calcola che nel settembre 2009 si era ancora (si fa per dire) a 2 miliardi.

Un successo che ha spinto l'azienda di Steve Jobs (che ha appena annunciato di doversi di nuovo defilare per un periodo a causa di problemi di salute) a lanciare, proprio pochi giorni fa, un negozio di applicazioni solo per Mac. In pratica il modello dei telefonini, e soprattutto dell'iPhone che, vale la pena ricordarlo, è stato all'origine di tutta questa rivoluzione, ha finito col colonizzare anche i computer. Con i pro e contro che si porta dietro.  Tra gli aspetti negativi il rischio di diffondere sistemi chiusi.

Ai critici dell'ecosistema delle apps ultimamente si è unito anche Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, secondo il quale l'App Store, che prevede uno stretto controllo sul software da parte della Apple, minaccerebbe la natura aperta di Internet. Se insomma i dubbiosi non mancano, bisogna riconoscere che con le altre aziende il modello del mercato online di programmi da scaricare ha fatto scuola. Da Microsoft a Nokia, da Rim a Google, da Amazon a Asus, sono sempre di più le imprese hi-tech che hanno aperto o stanno per aprire un negozio di apps. Anche perché le prospettive economiche sono molto allettanti.

L'industria degli smartphone e degli apparecchi mobili cresce infatti a ritmi impressionanti e nel 2012 varrà 17,5 miliardi di dollari, ha stimato un rapporto dell'azienda di servizi mobili GetJar. A fare da traino è proprio il settore delle apps, le quali singolarmente sono vendute a un prezzo che si aggira tra gli 0,79 e i 2,2 euro: nel 2012 gli utenti di cellulari ne scaricheranno 50 miliardi. Oggi le piattaforme che distribuiscono queste apps sono guidate dall'iPhone col 30 per cento del mercato, seguito dai dispositivi Android col 23 per cento; l'iPad si è già accaparrato il 21 per cento e RIM con i BlackBerry detiene il 12 per cento, mentre Windows Mobile è ancora al 6 per cento.

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