Compagnia delle opere: cosa fa il braccio economico di Cl

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Decine di sedi, migliaia di imprese associate, un fatturato di più di 70 miliardi: in un libro Chiarelettere, Ferruccio Pinotti racconta cosa si muove dietro "La lobby di Dio" di Comunione e Liberazione. Leggi un estratto

di Ferruccio Pinotti

Una superlobby, ma anche molto di più. I numeri della Compagnia delle opere sono impressionanti: 41 sedi in Italia e in altri 17 paesi, 34.000 imprese e 1000 associazioni non-profit. Il fatturato complessivo è stato stimato in almeno 70 miliardi di euro.
Numeri in difetto, perché tengono conto soltanto delle imprese iscritte alla Cdo. Ci sono migliaia di società e di professionisti che, pur non essendo parte della Compagnia, si riconoscono nella sua ideologia e si adoperano per favorirla.
Soltanto la sezione milanese della Cdo conta più di seimila aziende di tutti i comparti e di tutte le tipologie, ma con una prevalenza di quelle che operano nel campo dei servizi e con meno di dieci dipendenti. Già nel 2008 il numero di associati della Cdo di Milano ha superato quelli di Assolombarda. Per questa ragione, sempre dal 2008, ben tre componenti del consiglio direttivo della Camera di commercio di Milano sono rappresentanti della Cdo. Nella Cdo c’è molto di più della comunanza d’interessi che tiene aggregate le lobby. La Compagnia delle opere è l’applicazione pratica più riuscita del principio della "terza via" cattolica, un approccio alla società e all’economia che non e né socialista né liberista.
Dietro Cdo c’è un’ideologia solida e forte. E' sempre presente il ricordo del carismatico fondatore, don Giussani, ma anche l’influsso di Julian Carron, il suo successore. E c’è la consapevolezza di essere la più riuscita applicazione pratica della dottrina sociale della Chiesa. Questa consapevolezza non è limitata soltanto agli aderenti di Cdo: è patrimonio di tutta la galassia di Cl e di gran parte della destra cattolica.
La Compagnia delle opere nasce ufficialmente l’11 luglio 1986, dando corso a un’intuizione di monsignor Luigi Giussani. Il nome è suggestivo: per chi conosce un poco la storia il parallelo è immediato. Viene subito da pensare alla Compagnia di Gesù. I gesuiti nascono nel Cinquecento per contrastare la Riforma protestante. Come la Compagnia di Gesù andrà a combattere la sua battaglia contro l’eresia protestante nell’elite della società, accanto ai sovrani più potenti d’Europa, così la Compagnia delle opere combatte la sua battaglia contro il liberismo e lo statalismo nel mondo dell’impresa e della politica (…).

Una struttura flessibile e un nuovo modello di lobbyng
La Compagnia delle opere è efficace perché ha una struttura flessibile. A Milano è situata la sede nazionale, che comprende un’assemblea di soci, un presidente (Bernhard Scholz), un direttore e un collegio di revisori contabili.
Le singole realtà locali di Cdo iniziano il loro percorso alle dipendenze della sede centrale. In seguito, quando raggiungono un numero significativo di soci, ottengono il riconoscimento di sedi autonome.
Le sedi locali della Cdo possono avere due tipi di strutture: "pesanti" o "leggere". Le prime sono tipiche della Lombardia e di alcune zone del Suditalia. Sono caratterizzate dalla molteplicità di servizi e consulenze offerti, da un organico consistente (segretarie, consulenti tributari e societari, uffici stampa) e in genere hanno un numero di soci che le pone in competizione con le tradizionali associazioni di categoria della provincia.
Il caso emblematico di struttura pesante è la Cdo Brescia: con 1600 soci rivaleggia con Unione industriali e Apindustria della stessa provincia. Le strutture "leggere" hanno un personale ridotto al minimo e non offrono servizi ai propri soci, se non con modalità informali. Il loro scopo è principalmente quello di fornire una "rete" di contatti e rapporti di business.
Non c’è un modello unico di Cdo, ma all’interno dei due estremi esiste una vasta gamma di sfumature nelle quali la singola sede di Cdo può nascere e svilupparsi. Le Compagnie delle opere, infatti, non sono state create dall’alto, ma si sono sviluppate dal basso, a partire dai singoli casi e dalle singole situazioni locali. Emblematico, in questo senso, lo sviluppo della Cdo Trentino-Alto Adige.
Agli inizi degli anni Novanta alcuni imprenditori della provincia di Trento appartenenti a Cl hanno cominciato a riunirsi e a frequentarsi informalmente. In seguito è nata la necessita di affittare un luogo di ritrovo, poi è arrivata l’associazione con la sede centrale della Compagnia delle opere e infine il riconoscimento come realtà autonoma. Questo non significa che le spinte dall’alto siano assenti.
I presidenti delle Cdo del Nordest ricordano ancora un incontro del 1989 dal titolo "Progetto impresa per il Nordest", organizzato a Padova dalla Compagnia delle opere e dal Movimento popolare per spingere i piccoli e medi imprenditori ad associarsi e a iniziare a collaborare. Questo tipo di incontro è paradigmatico del modus operandi della Cdo.
Il tema proposto è caro agli imprenditori: la possibilità di unirsi per aiutarsi a vicenda. I canali utilizzati sono quelli delle strutture "alleate" della Cdo e di Comunione e liberazione. Terminato questo tipo di incontro, alcuni imprenditori raccoglieranno lo spunto autonomamente: inizieranno così ad associarsi.

Nessuno meglio di loro può conoscere i problemi e le soluzioni del territorio, quindi cominceranno a sviluppare una struttura utile ai loro interessi. Alla fine si uniranno alla Cdo e fonderanno la loro sede locale per godere dei vantaggi legati alla collaborazione con le altre sedi locali.
Questa modalità operativa ci è stata confermata dai diretti protagonisti, come Luca Castagnetti, presidente Cdo Verona, e Ugo Santarossa, presidente Cdo Trentino - Alto Adige, che abbiamo intervistato.
Il percorso che porta alla genesi delle singole realtà di Cdo ci aiuta però soltanto in parte a capire di cosa si occupa in pratica, tutti i giorni, la Compagnia delle opere. Alla sua base sta la più antica delle tentazioni imprenditoriali: proteggersi dall’aggressività del libero mercato creando dei trust, dei cartelli.
Stato e mercato, i due nemici della "terza via" di Giovanni Paolo II sono gli stessi nemici della Cdo. Da un lato c’è lo Stato, che impone le leggi e cerca di sottrarre terreno all’iniziativa dei privati in campi come la scuola, il welfare e l’assistenza sociale. Dall’altro c’è il libero mercato, duro e pericoloso, da cui molti imprenditori vogliono difendersi, associandosi tra loro.

Dunque, che cosa fa la Compagnia delle opere? La definizione piu chiara ci e stata data dal presidente di Cdo Verona Luca Castagnetti: "Si occupa sostanzialmente di “fare rete”. Associandosi alla Cdo, l’imprenditore entra in comunicazione diretta con migliaia di altri imprenditori sparsi per l’Italia e per il mondo. Ognuno di essi è un potenziale cliente o un potenziale partner. Ma non solo".
Il meccanismo che sta alla base della Compagnia delle opere è ben riassunto nel concetto di "amicizia operativa". Spiega Castagnetti: "Poniamo che un produttore di macchine agricole associato alla Cdo si trovi in difficoltà. Chiamerà il presidente della Compagnia a cui è associato e chiederà aiuto. Il presidente cercherà tra i suoi soci – o tra i soci di altre Compagnie – un distributore di macchine agricole in grado di soccorrerlo. A questo punto il distributore di macchine agricole cambierà fornitore o comunque ne aggiungerà uno ai suoi, iniziando ad acquistare le macchine dal socio Cdo in difficoltà. Magari ci rimetterà qualcosa, perché il suo precedente fornitore vendeva macchine migliori a prezzo minore. Ma lo farà comunque, certo di ricevere lo stesso trattamento, o qualche altro tipo di favore, quando sarà lui a essere in difficoltà".
A parita di fattori, un’impresa socia della Cdo sarà quindi più solida di un’impresa non associata. Questo ci porta a introdurre un’altra dinamica fondamentale: il rapporto con le banche. Sia a livello nazionale sia a livello locale, la Compagnia delle opere stipula convenzioni con le principali banche italiane. Si tratta solitamente di mutui a tassi agevolati o di programmi di prestito per il rientro dai debiti. Queste convenzioni però hanno un’importanza che va al di la dei vantaggi che compaiono sulla carta. Le banche tenderanno infatti a concedere più facilmente prestiti e finanziamenti alle imprese associate, considerandole più forti e più solide delle altre, non per i loro meriti intrinseci, ma proprio per la loro appartenenza alla rete.
©Chiarelettere editore srl

Tratto da Ferruccio Pinotti (con Giovanni Viafora), La lobby di Dio, Chiareletter, pp.464, euro 16,60

Ferruccio Pinotti, giornalista e scrittore, è autore di molti libri di successo tra i quali ricordiamo "Poteri forti", sul caso dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi (Bur 2005); "Opus Dei segreta", che per la prima volta riporta testimonianze di ex numerari dell’Opus Dei (Bur 2006); "Fratelli d'Italia", un’inchiesta sulla massoneria (Bur 2007); "Colletti sporchi" (con Luca Tescaroli, Bur 2008) su mafia e soldi; "L’unto del Signore", sulle origini della fortuna di Berlusconi e gli appoggi in Vaticano (con Udo Gümpel, Bur 2009). All’estero ha pubblicato "Berlusconi Zampano" (Riemann-Random House 2006) e "Opus Dei secreta" (Campo Das Letras 2008).

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