I beni confiscati alla mafia? La metà si perde in burocrazia

Lo stabile dove si svolgevano i summit di Bernardo Provenzano a Bagheria: l’edificio, confiscato da più di vent'anni, diventerà un parco giochi
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L’allarme della Corte dei Conti che segnala come il 52% dei tesori sequestrati alla criminalità organizzata rimanga inutilizzato “a causa della lentezza delle procedure”

Più della metà dei beni confiscati alla criminalità organizzata (52,6%) restano inutilizzati e questo avviene anche "a causa della lentezza delle procedure": in media ci vogliono infatti "dai 7 ai 10 anni", per giungere alla confisca definitiva e poi finalmente all'utilizzo del bene. A segnalare il problema è la Corte dei Conti nella relazione che chiude l'indagine di controllo sulla "Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata".

Per quanto riguarda i proventi derivanti dalla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che per legge sono versati per il 10% in entrata al bilancio dello Stato, la Corte rileva che l'ammontare complessivo delle somme utilizzate per il finanziamento agli enti locali nei cui confronti è stato disposto lo scioglimento anticipato dei Consigli comunali e provinciali, a causa di infiltrazioni di tipo mafioso per l'anno 2008 è pari a 1.278.372,80 euro, mentre per l'anno 2009 scende a 773.262,00 euro. L'indagine ha inoltre "messo in luce la necessità improcrastinabile che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si doti di un archivio informatico nazionale, dove raccogliere i dati dei beni storico-artistici dei quali si perdono le tracce tra i vari musei, sovrintendenze e gallerie d'arte".

La Corte dei Conti ha poi fatto luce sui business della mafia. Dove i mafiosi investono di più? Nella costruzione di centri commerciali, ma anche, approfittando della crisi, nel mercato immobiliare. La Corte segnala poi che la criminalità organizzata resta radicata soprattutto al Sud ma che ormai ha esteso i suoi interessi al Nord Italia e "ancor più oltre confine"; tanto da poter parlare di una sua "extraterritorialità”, che unita al ricorso a reti "fittissime" di prestanomi, renderà la confisca dei beni dei clan una "chimera".

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