Merkel e Berlusconi divisi dalla tassa sulle banche

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L'Italia frena sul provvedimento discusso a Bruxelles e sostenuto da Francia e Germania. Il premier: "Così rendo un buon servizio al Paese e all'Europa". Berlino replica: "Conclusioni approvate da tutti i capi di Stato e di governo"

Sul fronte della tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo nasce un battibecco tra Italia e Germania. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è duro verso una misura nei cui confronti l’Italia è stata da sempre molto fredda, al contrario della Germania, sostenuta anche dalla Francia.

La tassa sulla finanza è “ridicola”, ha spiegato Berlusconi, intervenendo telefonicamente al debutto della Fondazione Liberamente e sottolineando di credere di “aver reso un buon servizio al mio Paese e anche all’Europa con il veto sulla tassa sulle transazioni finanziarie” che riguardasse solo quelle effettuate sulle Piazze del Vecchio Continente.

A giudizio del premier, questa imposizione “se fosse stata approntata solo dall’Unione Europea e non dagli altri grandi Paesi avrebbe spostato negli Usa e in altri Paesi” la mole delle transazioni finanziarie internazionali. Berlusconi fa riferimento al pressing esercitato dall’Italia in sede di Consiglio Europeo, con il risultato di portare all’attenzione del G20, e quindi da un livello europeo ad un contesto mondiale, il tema della tassa sulla finanza.

La posizione del presidente del Consiglio è però comunque in netta antitesi con quella delineata dal cancelliere tedesco, Angela Merkel, proprio in occasione dell’ultimo Consiglio europeo della settimana scorsa: “Oltre alla tassa sulle banche, oggi abbiamo deciso anche di proporre al G20 una tassa sulle transazioni finanziarie globali”, aveva detto Merkel, sottolineando che “una iniziativa globale sarebbe meglio, ma se non riusciamo a convincere il G20, possiamo fare qualcosa anche da soli”. Un’ipotesi che potrebbe diventare realtà, visto che una tassa di questo tipo non ha mai raccolto particolari entusiasmi in sede di G20.

Non è un caso, quindi, che alle parole di Berlusconi non si è fatta attendere la reazione di Berlino, affidata alle parole di un portavoce del governo, che ha evidenziato come “le conclusioni sono state approvate da tutti i capi di Stato e di governo del Consiglio europeo”, senza nessun veto di sorta, se non quello della Repubblica Ceca che si è riservata il diritto di introdurre nuove tasse, in particolare quelle sugli istituti bancari.

Il portavoce ha citato esplicitamente il voto unanime anche sull’articolo 17 della delibera del Consiglio, sottolinea la necessità di “esplorare e sviluppare ulteriormente” l’eventuale introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie su scala mondiale, perché “la risposta dell’Unione alla crisi deve continuare ad essere coordinata a livello globale per assicurare la coerenza delle misure sul piano internazionale”.

Ma Berlusconi non molla, vuole avere l’ultima parola e a fine serata, intorno alle 21.30, arriva la controreplica di palazzo Chigi. Si ribadisce che “il presidente Silvio Berlusconi nel vertice di Bruxelles di giovedì scorso ha posto il veto dell’Italia alla proposta di una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Tanto è vero che il vertice ha previsto la possibilità di una imposizione sulle banche e non sulle operazioni finanziarie”. E lo scontro rimane aperto.

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