Quanto costa la felicità?

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In un saggio Donzelli, l'economista Stefano Bartolini dimostra come l’aumento nel tempo degli orari di lavoro negli ultimi trent’anni sia stato influenzato dal peggioramento delle relazioni. Leggi un estratto del libro

di Stefano Bartolini

Cominciamo il nostro viaggio nel disagio contemporaneo dagli Stati Uniti. Negli ultimi trentacinque anni, l’America è stata protagonista di una vigorosa crescita economica. Ma mentre il loro paese somigliava sempre più alla terra promessa dell’opulenza consumistica, gli americani si sentivano sempre peggio. Si dichiaravano meno felici e sperimentavano il dilagare di un’epidemia di malattie mentali.
Perché questa carestia di benessere nel bel mezzo dell’abbondanza economica?
La risposta a questa paradossale domanda è complicata dal fatto che gli orari di lavoro negli Stati Uniti si sono allungati nell’ultimo trentennio. Gli americani hanno sempre meno tempo, sono sempre più frettolosi e oppressi da time squeeze, time pressure, time poverty. Perché gli americani lavorano sempre di più se più denaro non sembra portare loro più felicità?

La malattia: il declino delle relazioni

La ricerca mostra che sia il declino della felicità che l’aumento delle ore di lavoro sono sintomi di una stessa malattia: il peggioramento delle relazioni intime e sociali.
Per quanto riguarda la felicità, i dati sugli Stati Uniti nel periodo 1975-2004 mostrano che l’aumento del reddito ha avuto un impatto positivo su di essa, ma che questo impatto è stato più che compensato da alcuni fattori negativi.
Il principale è il declino delle relazioni. I vari indicatori segnalano un aumento della solitudine, delle difficoltà comunicative, della paura, del senso di isolamento, della diffidenza, dell’instabilità delle famiglie, delle fratture generazionali, una diminuzione della solidarietà e dell’onestà, della partecipazione sociale e civica, un peggioramento del clima sociale. Queste misure sono le incarnazioni statistiche del concetto di beni relazionali. Essi indicano la qualità dell’esperienza relazionale delle persone.
L’impatto dei beni relazionali sulla felicità è molto ampio. Se la qualità relazionale fosse rimasta al livello del 1975 la felicità degli americani sarebbe cresciuta.
Dunque gran parte della spiegazione della crescente infelicità degli statunitensi è che l’effetto negativo sulla felicità della maggior povertà relazionale è stato più forte di quello positivo della maggior ricchezza di beni di consumo. L’economia americana avrebbe dovuto crescere a ritmi molto più elevati di quelli – pur sostenuti – effettivamente osservati affinché l’aumento della povertà relazionale non diminuisse la felicità. Il tasso di crescita del reddito familiare necessario a compensare la perdita di felicità dovuta al declino delle relazioni avrebbe dovuto superare il 10%. Si noti bene che non si tratta della crescita necessaria a far crescere la felicità ma a mantenerla invariata al suo livello del 1975. Insomma, non sarebbero bastati nemmeno trent’anni di crescita economica a ritmi cinesi per far crescere la felicità degli americani, in presenza di un peggioramento delle relazioni delle dimensioni che sono state osservate. Veniamo all’aumento delle ore lavorate.

Dati del periodo 1975-2004 mostrano che gli individui più poveri da un punto di vista relazionale lavorano in media di più. In altre parole, la povertà relazionale causa un maggior assorbimento da parte del lavoro e maggior interesse per il denaro. Questo risultato suggerisce che l’aumento nel tempo degli orari di lavoro in America negli ultimi trent’anni è stato influenzato dal peggioramento delle relazioni.
Gli americani cercano nel lavoro e nella maggior ricchezza materiale una compensazione al peggioramento delle loro condizioni relazionali. Ma a loro volta il tempo e le energie dedicati al lavoro vengono sottratti alle relazioni e quindi le persone che lavorano molto tendono ad avere relazioni peggiori.
Questi risultati parlano di vite intrappolate in un circolo vizioso; parlano di persone che reagiscono alla povertà delle loro relazioni dedicandosi molto al lavoro. Ma il tempo e le energie che esso assorbe peggiorano ulteriormente le loro relazioni e la reazione a questo è una ulteriore immersione nel lavoro ecc. Si tratta di una trappola che si autoalimenta e avvita le storie personali in una spirale il cui risultato è una crescente povertà di tempo, di relazioni, di benessere. Una trappola individuale e sociale insieme.
© 2010 Donzelli editore, Roma

Tratto da Stefano Bartolini, Manifesto per la felicità, Donzelli, pp.306, euro 18

Stefano Bartolini insegna Economia politica ed Economia sociale presso la Facoltà di Economia «Richard M. Goodwin» dell’Università di Siena. Ha pubblicato numerosi saggi sulle più prestigiose riviste internazionali.
La documentazione statistica del volume è in gran parte contenuta nell’Appendice quantitativa disponibile sul sito della Donzelli editore.

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