Emigrazione, quanto ci costa il divario tra Nord e Sud

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Negli ultimi dieci anni mezzo milione di giovani meridionali è "fuggito" al Nord. In "Ma il cielo è sempre più su?" (Castelvecchi), Bianchi e Provenzano analizzzano i costi sociali di una fuga che stenta ad arrestarsi. Leggi uno stralcio del saggio

di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano

I «partiti dal Sud», sarebbe allora il caso di chiamarli.
Come una volta, peggio di una volta. Il volo low cost al posto dei treni del sole. O meglio, insieme ai treni del sole. La ripresa del flusso migratorio interno presenta caratteri del tutto peculiari, per molti versi lontani dalla miseria dei fenomeni di un tempo, per altri persino peggiori.
Il Sud è cambiato, ma meno di quanto sia cambiato il resto del Paese. Al divario nell’industrializzazione si sommano ora le differenze di un’economia dei servizi e della conoscenza. Sono i mutamenti nel livello e nella qualità dello sviluppo nelle due aree a determinare le differenze tra nuove e vecchie migrazioni.
L’esodo dal Sud, negli ultimi anni, ha riguardato la parte importante di una generazione che ha goduto, come vedremo nel prossimo capitolo, di alti livelli di istruzione. L’età media dei migranti dal Mezzogiorno è stata nel 2008 di 31,1 anni: dai 34,8 anni dell’Abruzzo ai 30,5 della Campania, segno che la «precocità» dell’emigrazione dipende dalle condizioni economiche e sociali.
La percentuale di laureati sul totale dei migranti è aumentata nel quadriennio 2002-2006 e in alcune regioni (Sardegna, Sicilia e Puglia) è quasi raddoppiata.
Le perdite di popolazione più consistenti sono concentrate nelle giovani classi anagrafiche in età lavorativa: tra i 25-29 e i 30-34 anni il saldo negativo annuo, in termini assoluti, è stato rispettivamente di 15mila e di 12mila giovani.

Risulta decisamente ridotto il peso dei più giovani e degli ultraquarantenni, quelle componenti che in sostanza avevano alimentato le migrazioni di massa degli anni Cinquanta e Sessanta.
Forse il dato che la dice più lunga sulle trasformazioni della nostra società (al Sud, oltre che al Nord) è la presenza femminile, che rappresenta quasi la metà del totale dei migranti, e che in alcune regioni costituisce ormai la maggioranza.
I bambini vanno via con i genitori, tra i 0-4 anni il Sud ne perde ogni anno circa duemila, e solo tra i 55-69 anni si registra un saldo leggermente positivo, quando con l’approssimarsi dell’età della pensione diventano più consistenti i rientri nelle regioni d’origine.
Dunque, vanno via soprattutto le classi anagrafiche in età riproduttiva, e tutto questo, come vedremo più avanti, rischia di condurre in un tempo non troppo lungo al declino demografico. La pervasività spaziale dell’emigrazione meridionale è ancora forte, soprattutto considerato il fatto che non interessa prevalentemente, come un tempo, le aree rurali, ma assume una forte connotazione urbana.

Nel 2006, le perdite migratorie nette in valore assoluto più consistenti si registravano nelle aree metropolitane di Napoli (quasi 10mila persone), Palermo (2.700), Bari (quasi 2.000), e nelle aree urbane di Caserta (oltre 1.300) e Salerno (1.200).
D’altra parte, i guadagni delle migrazioni dal Sud si rilevavano per i grandi sistemi urbani del Centro-Nord, quali Roma (quasi 7.000 persone), Milano (oltre 4.000), Bologna (3.500), Modena (circa 1.300) e Firenze (oltre 1.000).
I grandi numeri dell’emigrazione li fanno le città, ma in alcuni piccoli comuni del profondo Sud lo spopolamento raggiunge i livelli più alti dal dopoguerra. L’impatto delle migrazioni sulla popolazione risulta particolarmente preoccupante in molti sistemi locali della Calabria (che superano il 4,6% di perdite) e della Sicilia, dove a Riesi, in provincia di Caltanissetta, si raggiunge la vetta del -9,3%: una vera e propria decimazione.

Si impoverisce il Mezzogiorno, si perde «capitale sociale» in formazione – quel social capital che tanti indicano come panacea per i mali del Sud – che potrebbe costituire un attrattore di investimenti esterni, fondamentali per la crescita economica e la concorrenza con il resto del Paese e dell’Europa. Si impoverisce il Mezzogiorno, senza alcun «rientro»: il costo della vita nelle grandi città del Centro-Nord non consente le rimesse di una volta e, troppo spesso, i redditi da prima occupazione non assicurano nemmeno una vita dignitosa. Non è raro, infatti, che siano le famiglie d’origine – quelle rimaste a sperare un futuro migliore per i figli «fuoriusciti» – a integrare le spese, a dare una mano. Welfare familiare, ancora una volta, ma per corrispondenza.
I partiti dal Sud, una generazione mancata: poiché come un tempo, più di un tempo, il Meridione è «terra di rapina».
© Alberto Castelvecchi Editore srl

Tratto da Luca Bianchi, Giuseppe Provenzano, Ma il cielo è sempre più su?, Castelvecchi editore, pp.202, euro 14

Luca Bianchi 41 anni, sposato, due figli. È vicedirettore della SVIMEZ. Dal 2006 al 2008 è stato consulente per il Mezzogiorno del Ministero per lo Sviluppo Economico. Tra le sue pubblicazioni scientifiche, numerosi articoli e saggi sulla condizione giovanile, sul lavoro sommerso e sulla scuola al Sud. È editorialista del «Corriere del Mezzogiorno».

Giuseppe Provenzano 27 anni, siciliano. È dottorando di ricerca in diritto presso la Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento «Sant’Anna» di Pisa. Ha studiato a Barcellona e a Londra. Si occupa di integrazione europea, federalismo e questione meridionale. Attualmente collabora con la SVIMEZ. È opinionista de «l’Unità».

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