Poveri ma creativi e felici: la moda raccontata su Facebook

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Tre impiegati su quattro sono donne, in buona parte laureate e senza figli, appagate, ma con stipendi bassi e contratti precari. Ecco i risultati dello studio promosso sul social network da Ricerca Urbana

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di Emanuela Di Pasqua

Si fa presto a dire moda, mentre le immagini sulla settimana della moda milanese ci rimandano un’idea di élite incontaminata e protetta dai problemi che interessano il mondo del lavoro. E’ davvero così?

Una ricerca partecipa condotta da Ricerca Urbana Milano (un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano) sfata molti luoghi comuni, dimostrando come questo mondo, a eccezione di una piccolissima fetta di privilegiati, sia in tutto e per tutto simile agli altri settori, con qualche peculiarità.

“Dall’indagine emerge una contraddizione tra la percezione del lavoro come creativo (e in linea con la prospettiva della propria realizzazione personale) e una realtà caratterizzata da una forte gerarchia, iper-flessibilità, poca autonomia e, in generale, limitate possibilità di auto-realizzazione”, commenta uno degli autori dello studio, Giannino Malossi.

La ricerca si è articolata inizialmente in 25 interviste qualitative a lavoratori della moda di Milano e provincia, selezionati attraverso contatti personali e network e in seguito attraverso viral snowballing, ovvero i primi intervistati hanno reclutato i nuovi intervistati nelle loro reti personali. Successivamente è stato promosso un questionario online basato sulle interviste che ha ottenuto 178 risposte. Per far circolare il questionario è stato utilizzato anche Facebook e il volantinaggio durante la Milano Fashion Week.

Dall’indagine emerge la precarietà come regola. Una persona su dieci non è stata pagata alla fine di un lavoro, il 58 per cento lamenta ritardi nei pagamenti, l’80 per cento non ha alcuna forma di pensione integrativa e solo il 12 per cento ha un contratto superiore a un anno. “In altre parole - sottolinea Malossi - il processo di lavoro nell’industria moda tende a somigliare più di quanto si creda ai call center e alle catene commerciali brandizzate: condizioni di sfruttamento, altro che fantasia e espressione artistica personale. La cosa sorprendente è che molte persone tutto sommato sono contente di lavorare nella moda anche a queste condizioni. Il lavoro nell'ambiente cosi detto creativo della moda milanese sembra fornire alle persone una identità e una parte nella rappresentazione del successo di cui oggi hanno molto bisogno. Lavorare nella moda è un lavoro appassionante, nel senso che non ripaga in termini economici o di vantaggi materiali (una vita decente, la pensione, la possibilità di fare una famiglia) ma in cambio sembra dare a molte persone il premio di una forma di appartenenza a un modo virtuale fatto di immaginaria partecipazione all'immaginario del lusso, della celebrità, dello spettacolo”.

Caratteristiche originali di questo segmento lavorativo riguardano l’appartenenza di genere, il livello culturale e la rottura con i genitori: tra quarti sono donne, il 50 per cento ha una laurea e solo uno su quattro proviene da famiglie dove almeno uno dei due genitori ha una laurea. Infine la quasi totalità degli intervistati fa un lavoro diverso da quello dei genitori, in parte per la nascita di nuove professioni, prima inesistenti.

Ricerca Urbana Milano (RUM) è un gruppo di creativi, pubblicitari e accademici, economisti, giuslavoristi e studenti che svolge le sue attività nel contesto dell' Università Statale di Milano.

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