Banda larga, l’internet veloce corre a rilento in Italia

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Secondo Cristoforo Morandini della Between, più di un italiano su due non dispone della banda larga. Il “piano Romani” dovrebbe colmare il ritardo entro il 2012, ma per alcuni osservatori il progetto resta comunque inadeguato

di Filippo Maria Battaglia

Alla fine, "la banda larga si farà". Almeno così sembra: stando a quanto dichiarato dal ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, il governo dovrebbe stanziare infatti i fondi per internet veloce entro fine anno.
A inizio novembre era stato il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta a dare lo stop governativo ai fondi, provocando le critiche di Confindustria e della rete. Adesso, dopo le rassicurazioni di Scajola, il “piano Romani” (così si chiama perchè prende il nome del suo promotore, il viceministro allo Sviluppo con delega alle Comunicazioni) dovrebbe dunque essere finanziato: prevede di garantire - almeno teoricamente - internet veloce a quasi tutta la popolazione italiana, con l’obiettivo di portare la banda larga a 20 Mbs al 96% dei residenti entro il 2012 e raggiungere il restante 4% con una navigazione a 2 Mbps.
Ma qual è ad oggi la diffusione di internet veloce in Italia? I dati non sono confortanti. Secondo l’Osservatorio Banda Larga di Between, infatti, il 12% degli italiani non ha a disposizione neppure i 2 megabit al secondo, mentre il 39% non dispone dei 20 Mbps in grado di assicurare l’internet veloce. Più di un italiano su due, dunque, non dispone di un collegamento di seconda generazione. 
“I criteri di copertura – spiega Cristoforo Morandini, responsabile dell’Osservatorio - dipendono essenzialmente dalla densità abitativa e quindi dal potenziale di mercato. Per questo, non sono coperte zone montane a bassissima densità, che a volte sono invece raggiunte dalla banda larga mobile, offrendo prestazioni non identiche a quelle di rete fissa, ma in alcuni casi comunque comparabili”.
Il “piano Romani” dovrebbe ora colmare questo divario digitale. Eppure, secondo alcuni osservatori, gli investimenti pubblici e privati previsti dal progetto del viceministro (che si aggirerebbero attorno a un miliardo e mezzo di euro) non basterebbero tuttavia a coprire il "digital divide". Per Morandini, l’obiezione va meglio specificata: “In effetti, con quella cifra entro il 2012, il 96% della popolazione sarà collegata con una centrale in grado potenzialmente di offrire il servizio richiesto. Tuttavia la velocità effettiva, che dipende tra l’altro da come è fatta la rete e da quanto è distante dalla centrale, sarà molto più bassa e si attesterà attorno 8-9 mega al secondo”.
Una situazione decisamente diversa da quella di molti altri paesi europei: “il vero obiettivo della maggior parte dei governi occidentali - prosegue il responsabile dell'Osservatorio - è la rete di terza e quarta generazione, un disegno assai più ambizioso e in alcune realtà già attuato, che permetterà a due terzi della popolazione di superare la soglia dei 20 Mbps e di arrivare a 100. In Italia, per garantirla ci vogliono più di otto miliardi, ma al riguardo non c’è ancora un progetto definito”.
Secondo il ministro Scajola, il piano proposto dall'esecutivo avrebbe come effetto immediato l'apertura di più di 30.000 nuovi cantieri: “la previsione riguarda però solo l’impatto diretto della realizzazione di opere e infrastrutture. È un risultato di breve periodo, che non è comparabile agli effetti strategici che giustificano gli investimenti di tutti paesi occidentali in questo settore. È dimostrato infatti che un euro investito nel settore ne produce almeno due o tre in termini di sviluppo economico. E l’impatto è duraturo: il processo virtuoso cresce in modo più che proporzionale con l’aumento degli utenti”.
Ma concretamente cosa comporterebbe non investire sulla banda larga? “L’effetto più macroscopico – prosegue Morandini - è che una parte dei cittadini non avrebbe possibilità di accedere in modo vantaggioso a servizi offerti da privati e pubblica amministrazione. Dunque, non solo intrattenimento ma anche servizi di pubblica utilità come ad esempio la telemedicina”.
“Le attività che possono essere svolte sulla rete grazie alla banda larga sono ovviamente diverse – spiega Andreina Mandelli, docente SDA e professore a contratto presso il dipartimento di management dell' università Bocconi di Milano - Innanzitutto, va considerato l’aspetto formativo: basta visitare il canale “education” di Youtube per rendersi conto come ormai ci siano intere lezioni universitarie, alcune delle quali con docenti di grande fama, interamente disponibili on-line. Ma banda larga vuol dire anche disponibilità di prodotti formativi più strutturati e organici, che usano il video come una delle componenti essenziali di questa formazione a distanza. Chi non ne può usufruire è inevitabilmente tagliato fuori”.
“Osservando il fenomeno nella prospettiva del consumatore digitale – prosegue la docente - le attività che possono essere svolte sulla rete sono poi molto diverse. Un utente che non dispone di internet veloce deve ad esempio rinunciare all’intrattenimento basato sui video, a quello incentrato sui giochi ad alto contenuto di multimedialità, alla video informazione e ai servizi di video-chat”.
Un capitolo a parte merita invece l’e-commerce: “con la banda larga cambia radicalmente l’accesso agli acquisiti on-line: nell’ambito turistico, solo per fare un esempio, una cosa è se voglio vedere una destinazione turistitica attraverso un video, un’altra è se devo semplicemente attenermi alle testimonianze di altri viaggiatori. Tutte attività, queste, in cui viene valorizzata la cosiddetta ‘social richness’: ovvero la ricchezza sociale della modalità video, che è molto più alta di tutte altre forme di comunicazione”.


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