GM ci ripensa: Opel resta a Detroit. L'ira di Berlino

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Incertezze finite nell'ambito dell'industria automobilistica internazionale. Da una parte la Fiat presenta un piano industriale per risollevare le sorti della General Motors. Dall'altra la stessa General Motors decide di non vendere più Opel a Magna

Era il 14 novembre. Dopo un crollo delle vendite e pesanti perdite, la Opel chiede aiuto allo Stato per avere garanzie pubbliche sul debito per "poco più di un miliardo di euro". Ed è una richiesta che mai prima d'allora era stata avanzata da una compagnia automobilistica. A febbraio di quest'anno la General Motors annuncia 47mila esuberi, di cui 26mila fuori dagli Stati Uniti. Poche settimane dopo la Opel decide di sganciarsi da Gm e presenta al governo tedesco un piano di salvataggio. Cominciano gli incontri tra il ministro dell'Economia tedesco e i vertici Gm con la mediazione del governo americano che a fine marzo lancia un ultimatum al colosso statunitense affinchè presenti in 60 giorni un piano industriale accettabile in cambio di nuovi aiuti. Intanto la cancelliera tedesca promette aiuti di Stato, ma dice 'nò a un ingresso diretto nel capitale della Opel. Ad aprile la Fiat si affaccia sulla scena, ma incontra subito la resistenza del Consiglio di fabbrica Opel e intanto anche l'austro-canadese Magna presenta la sua "bozza di piano". A fine maggio il governo, le regioni, la Gm e il governo americano raggiungono un accordo sul piano Magna e la Gm chiede ufficialmente al tribunale fallimentare di New York l'avvio della procedura di bancarotta. Ad agosto da Berlino arriva la promessa di anticipare gli aiuti di Stato annunciati. Ma il cda di Gm ancora non decide e chiede alla Germania ulteriori informazioni sugli aiuti che è pronta a mettere sul tavolo il 10 settembre 2009: la cancelliera tedesca annuncia che la Gm ha deciso di vendere la Opel alla Magna. Oggi il dietrofront.

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