Milano, ergastolo a Pellicanò: fece esplodere palazzo in via Brioschi

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Il pubblicitario aveva svitato il tubo del gas nella cucina del suo appartamento, provocando un’esplosione che uccise la ex compagna e due vicini di casa. Tolta anche la patria potestà sulle figlie

E' stato condannato all'ergastolo Giuseppe Pellicanò, 51 anni, il pubblicitario arrestato per aver svitato il tubo del gas della cucina del suo appartamento provocando un'esplosione nella palazzina di via Brioschi a Milano il 12 giugno 2016. I reati di cui è stato ritenuto colpevole sono quelli di strage e devastazione. La deflagrazione uccise la sua ex compagna Micaela Masella, la coppia di vicini di casa marchigiani, Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi, e ferì gravemente le sue due figlie. La condanna è stata stabilità dal gup Chiara Valori nel processo con rito abbreviato.

Tolta la potestà genitoriale

Con la sentenza con cui l'ha condannato all'ergastolo, il gup ha anche disposto la pena accessoria della sottrazione della potestà genitoriale per Giuseppe Pellicanò. Una pena che diventerebbe effettiva qualora la sentenza dovesse diventare definitiva.

La reazione dei familiari di Masella

"Non potrà più fare il padre, vero?". Così una dei familiari di Micaela Masella si è rivolta in lacrime agli avvocati Antonella Calcaterra e Franco Rossi Galante, subito dopo la lettura della sentenza.

L'arresto e la confessione

Giorni dopo l'esplosione, il 54enne era stato arrestato e aveva confessato di avere svitato il tubo del gas della cucina quella notte causando la deflagrazione avvenuta la mattina. Pellicanò aveva spiegato di ricordare solo per fotogrammi quanto aveva fatto, anche a causa degli "psicofarmaci" contro ansia e insonnia che prendeva abitualmente dopo la separazione dalla compagna, Micaela Masella. L'uomo continuava a vivere nella casa con lei (che stava per trasferirsi con il nuovo compagno) e le due bambine di 7 e 11 anni. Dagli accertamenti era emerso che quando Micaela Masella, appena alzata, chiuse la valvola dell'impianto della cucina, dopo essersi accorta della fuga di gas, con il suo "gesto" evitò "conseguenze anche peggiori" perché se non l'avesse fatto a seguito della deflagrazione avrebbe potuto svilupparsi anche "un incendio".

Nessuna seminfermità mentale

Una perizia psichiatrica, disposta dal gip, aveva messo in luce un vizio parziale di mente dell'imputato dovuto alla sua depressione: la "strage", scrissero i periti, era diventata la "soluzione", "l'unica via d'uscita per la sua disperazione". Ciò dopo aver "tentato tutte le vie che si riusciva a prefigurare: l'accesso a numerosi professionisti, l'assunzione di farmaci, le progettualità di una vita diversa, il ricorso al conforto degli amici". Il giudice, tuttavia, condannandolo all'ergastolo non ha riconosciuto come valida la seminfermità mentale di cui si parla nella perizia. 

Data ultima modifica 19 giugno 2017 ore 15:09

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